domenica 29 gennaio 2017

Il Comune di Macerata smantella il “Museo di Prato”. Abuso di potere.



Chi non ha notato, scendendo da Macerata verso Sforzacosta, subito dopo il passaggio a livello, sulla destra, quella curiosa installazione di oggetti disposti con una certa cura e una certa logica lungo un terreno al margine della strada? Sono frutto della creatività di un personaggio maceratese molto conosciuto e rispettato, Franco Prato, ex vigile del fuoco, Cavaliere della Repubblica e uomo di grande estro. È un suo modo di comunicare, se vogliamo bizzarro, ma comunque una forma di espressione.
A molti quella curiosa esposizione di oggetti di uso comune, posti a dar mostra di sé come una testimonianza del nostro tempo, sembra abbia dato fastidio, tanto da far giungere in Consiglio Comunale un punto all’ordine del giorno, firmato dai consiglieri Maurizio Mosca e Paolo Renna, punto che poi il Consiglio ha approvato e a cui la Giunta ha dato esecuzione, per ordinare la rimozione di questi oggetti, rimozione che è già iniziata.
L’ordinanza non parla di “rimozione” bensì di un più morbido “contenimento progressivo”, termine piuttosto ambiguo che, secondo me, nasconde una violenza inaudita contro un libero cittadino e la sua opera. Perché, vedete, che piaccia o non piaccia, l’installazione di Prato è arte, è la forma di espressione di un uomo, per di più realizzata su una proprietà privata.
Quello che il Comune di Macerata sta operando è un autentico abuso, per quanto la legge lo consenta. È un modo coercitivo di limitare la libertà di espressione e costituisce un pericoloso precedente. Perché l’arte, per di quello parliamo, non può essere soggetta al gusto del potere e il potere non può distruggerla per il proprio gusto estetico. A me questa cosa fa un po’ paura.
                                      
Luca Craia

sabato 28 gennaio 2017

Il torrione prova a resistere ma non ce la fa più

Ha resistito a più di un millennio di eventi avversi, tra guerre, assalti, intemperie e terremoti. Ma oggi, il mulino fortificato del Chienti che risiede sul territorio del Comune di Montegranaro che ne è proprietario, meglio conosciuto come il torrione o, in dialetto, lo torrò, sembra non farcela più. Certo, gli ultimi eventi sismici lo hanno indebolito enormemente ma quello che lo sta uccidendo è l’incuria e l’oblio. Se nei secoli il manufatto ha subito mille avversità, però è stato sempre curato, tutelato, rimesso a posto dai i danni subiti. Oggi, invece, nessuno mostra più interesse, nessuno se ne cura, tanto da ridurlo a poco più di un rudere, addirittura pericoloso per i passanti, considerando che, accanto, ci passa una strada molto trafficata.
È preziosissimo, lo torrò. Lo è per la storia, un manufatto antichissimo, probabilmente precedente all’anno 1000, che ha difeso e sfamato i Montegranaresi durante le guerre e gli attacchi dei nemici. Lo è anche per le potenzialità inespresse, quelle che Gianni Basso aveva intuito quando lo acquistò, negli anni ’90, mentre era Sindaco per farci una sorta di fattoria didattica e di polo culturale. Bella intuizione che, però, non ha avuto seguito. E da lì l’abbandono progressivo fino al giorno d’oggi in cui gli Amministratori di Montegranaro sembrano ignorarne persino l’esistenza. Chissà se qualcuno è andato a verificarne lo stato strutturale dopo il terremoto. Chissà.
Certo che a vederlo si stringe il cuore. Pare un vecchio guerriero morente, lasciato solo nel momento più duro, abbandonato a morire sul campo di battaglia deserto. Eppure avrebbe ancora un enorme valore per la collettività, soprattutto ragionando sull’intera area, collegandolo idealmente al parco fluviale poco distante, anch’esso, però, abbandonato a se stesso. Sono pessimista e mi sto preparando al peggio. Ma veder crollare piano piano questo nobile gigante di mattoni e pietra mi pare un insulto alla memoria, alla storia e all’intelligenza. E fa rabbia.
                                      
Luca Craia

venerdì 27 gennaio 2017

Favola montegranarese con finale gustoso



Oggi voglio raccontarvi la storia di un uomo di mezza età che, con la sua Volkswagen monovolume nuova fiammante e bella ingombrante, arrivò un giorno in viale Gramsci e, non trovando posto per parcheggiare, si infilò nel primo buco libero in cui ebbe l’impressione di poter entrare. Era l’angolo del parcheggio, di fronte alla farmacia ma sul lato esterno del viale, e la macchina, bella grossa, non ci entrò e rimase col sederone di fuori. Nel frattempo arrivò dal lato del palazzaccio un furgone bianco, proprio mentre il nostro protagonista si accorse di essere a sedere di fuori e decise di trovare un altro spazio. Così l’uomo del monovolume fece retromarcia di colpo, senza guardare, e non finì addosso al furgone che arrivava per un miracolo.
Accortosi del furgone, l’uomo col monovolume, a malincuore, rientrò nel buco in cui s’era infilato e lasciò che il furgone, salvo per miracolo, passasse. Poi rifece retromarcia, stavolta senza andare addosso a nessuno e, in quel mentre, si avvide che, dall’altro lato della carreggiata, dalla parte dei negozi, per capirsi, si era liberato uno spazio. L’uomo con monovolume era un uomo furbo e sapeva che, se avesse fatto tutto l’anello avrebbe rischiato di non trovare più il prezioso parcheggio. Così si infilò contromano sul varco per invertire la marcia e, sempre contromano, percorse alcuni metri dell’altra corsia per poi fare tre o quattro manovre e mettersi nel bel parcheggio che aveva addocchiato da lontano.
Lieto fine per l’uomo del monovolume e un po’ meno per chi rispetta le regole? Nossignore, ecco il godimento per chi queste cose le detesta: da lontano arrivò strombazzando la macchina della Polizia Municipale e ne uscì un vigile costernato che disse: “ma ti rendi conto di quello che hai fatto?”. Il furbo uomo col monovolume si prese una bella multa e, per questa volta, trionfò buon senso ed educazione.
P.S.: ve l’ho raccontata a mo’ di favola, ma la storia è vera.
                                      
Luca Craia