venerdì 24 agosto 2018

La Mancini consacrata alla Festa de L'Unità, ma la giunta più social della storia coi social fa a cazzotti.


Dopo che il segretario del PDI montegranarese, Laura Latini (di cui abbiamo una diapositiva ma non la manderemo in onda sennò si arrabbia) aveva già annunciato la riconferma di Ediana Mancini come candidato Sindaco per le prossime amministrative che si terranno l’anno prossimo, ieri sera lo stesso Sindaco di Montegranaro ha candidato se stessa nel corso dell’intervista tenutasi durante la Festa de L’Unità nostrana per mano di un Raffaele Vitali piuttosto critico con la minoranza. La Mancini ha ribadito la propria disponibilità, immolandosi di nuovo sull’altare della Lista Stranamore, sempre che gli alleati ancora la vogliano. Non si è fatta attendere la risposta di Basso Quello Alto che ha appoggiato con entusiasmo la candidatura, subito sostenuto dal sempre pronto Vicesindaco Endrio Ubaldi che, nei commenti, si è detto anch’egli ben contento di lasciare la palla in mano alla Mancini, tanto a lui non glie la passano di certo.
Il bello è che, tutto questo, è avvenuto su Facebook, social network che Ediana Mancini sembra odiare con tutta se stessa. Infatti, nel corso dell’intervista della Festa dell’Umidità, pardon, dell’Unità, la Sindachessa ha affermato di non avere alcuna intenzione di aprirsi un profilo personale per poter comunicare con i propri concittadini, in quanto, primo, lei è un’insegnante e questa comunicazione moderna non le aggrada e poi perché, e questo è molto vero, ha un caratteraccio che poco si sposa col clima di Facebook che, generalmente, tanto disteso non è.
Per certi versi le devo dare ragione, in quanto governarsi su Facebook non è facile per nessuno, tantomeno per un amministratore pubblico che, per il suo stesso ruolo, deve essere pronto a subire critiche anche pesanti. E sappiamo bene quanto soffrano le critiche i componenti di questa Giunta, a partire dallo stesso vicesindaco le cui imprese feisbucchiane hanno assunto negli anni sfumature leggendarie. Ma anche Basso Quello Alto, giovane nativo informatico o quasi, ha più volte perso le staffe sui social. È un peccato che il Sindaco rinunci a questo mezzi di comunicazione perché è importante e consente di tenersi bene in contatto con la realtà della città che si amministra, cosa che sa bene, per esempio, Paolo Calcinaro, Sindaco di Fermo, che ne fa largo uso con ottimi risultati. Ma Calcinaro ha un altro carattere.
Certo, la comunicazione come la intende la Mancini è molto limitata. Secondo lei il cittadino, nel XXI secolo, per parlare col proprio Sindaco dovrebbe andare in Comune, fare l’anticamera e attendere di essere magnanimamente ricevuto alla maniera dei signorotti medievali, oppure andare in Consiglio Comunale (dove si può solo ascoltare ma non intervenire) oppure attendere gli incontri periodici, un paio di volte all’anno. Io credo che dovrebbe, invece, aprirsi un bel profilo Facebook e, se proprio non riesce a dominare i propri scatti d’ira, cosa probabilissima, farselo gestire da qualcuno in sua vece. Se poi se lo facesse gestire da Ubaldi, ci sarebbe un sacco da divertirsi.
Questa è comunque la sconfitta definitiva di quella che si presentava come la Giunta più social della storia di Montegranaro. Nelle intenzioni più o meno dichiarate c’era di comunicare moltissimo coi mezzi moderni e, addirittura, ricordo dichiarazioni attribuite a Basso Quello Alto che si proponeva di far sparire nel nulla questo blog, tanta potenza avrebbe avuto la loro comunicazione multimediale. Nella realtà è successo il contrario: la pagina ufficiale del Comune non è che una bacheca di annunci propagandistici dove nessuno o quasi interagisce, il servizio online di segnalazione disservizi è stato chiuso dopo pochi giorni perché non si è stati capaci di gestirlo, i profili personali degli amministratori, almeno di quelli che usano i social, sono un camposanto: Ubaldi, dopo le mitiche sclerate degli anni passati, ce l’ha blindato e comunica solo con pochi eletti, Basso blocca chiunque gli vada sulle scatole, Beverati non sa manco come si usa e Perugini ce l’ha ma è come se non ce l’avesse. Gli altri non pervenuti. Insomma, abbiamo fatto una bella riuscita. Era molto più social Dermà.

Luca Craia

giovedì 23 agosto 2018

Diciotti: il miele che attira le mosche moribonde della sinistra. Queste opportunità non vanno date.


La moribonda sinistra italiana non aspettava altro: un qualcosa si cui aggrapparsi affondando nell’oblio della propria ottusità e disonestà intellettuale, un farmaco che ne prolungasse di qualche ora l’agonia, il miglioramento della morte. La vicenda della nave Diciotti ha fornito un salvagente sgonfio, ma che la può tenere a galla ancora un po’. Un errore madornale da parte di Salvini, uomo che, di errori, ne ha fatti pochi ma che, quando li fa, sono grossi. E l’errore parte dall’inizio della politica sull’immigrazione, una politica sacrosanta che gli Italiani attendevano da tempo ma che va impostata meglio, che va programmata, che non si può basare su slogan e proclami e su azioni estemporanee. Occorre avere bene in mente il da farsi, occorre programmarlo con gli alleati di governo e occorre fare in modo che poi questi, non giochino sporco scaricandosi la coscienza come meglio possono. La vicenda Diciotti è un brutto errore.
E l’errore sta facendo l’effetto del miele (e dico miele per non parlare di altri materiali) che attira le mosche, laddove le mosche sono gli ultimi sopravvissuti della sinistra italiana. Stanno andando tutti lì, fisicamente e idealmente, a cavalcare l’onda di questa faccenda che, comunque la si metta, bella non è. Ed è avvilente vedere il gioco del pietismo di sinistra dare il meglio e il peggio di sé, mettendo in campo tutta l’artiglieria pesante, dai giornalisti professionali come un giocatore di scopone scientifico ai magistrati imparziali come un arbitro iuventino. E il bello è che questo accorrere, questo meschino e ipocrita ulteriore utilizzo dei disperati che sono il carico della nave italiana funziona ancora e fa presa sulla gente.
In realtà, la povera gente che staziona sulla DIciotti è innocente. Lo è oggettivamente, sono pedine in mano a trafficanti e loschi figuri che muovono le sorti del mondo, e sono pedine in mano alla sinistra che non propone alcuna soluzione, fa solo la solita lacrimevole manfrina, conscia che qualcuno che si commuova, nel Paese della De Filippi, si trova sempre. Questo Salvini lo deve sapere.

Luca Craia

Terremoto, due anni dopo. I sacerdoti opportunisti e i matti nel deserto.


Il 24 agosto del 2016 la terra ha tremato. Ha tremato forte, anzi, ha iniziato a tremare forte e, da allora, praticamente non ha smesso più. In due anni il terremoto del centro Italia ha fatto danni incalcolabili: ha distrutto case e paesi ma ha soprattutto distrutto comunità, il tessuto sociale, un’intera regione geografica nella sua economia e nella sua società. Ma accusare il terremoto è un modo semplicistico di definire quanto accaduto, perché il terremoto accade, è imponderabile, ma i danni li fa l’uomo, prima costruendo male, e poi amministrando le conseguenze in maniera ignobile come in questo caso.
Sono discorsi che abbiamo fatto mille volte e possiamo continuare a fare all’infinito: desertificazione programmata, incapacità, burocrazia malata, interessi politici sono alcune delle cause della stagnazione in cui galleggia la ricostruzione che esiste solo a parole. Ma il terremoto, e tutto quello che ne è seguito, ha evidenziato anche altri aspetti inquietanti, non soltanto politici, del perché una società come quella delle comunità del centro Italia si disgrega dietro a una catastrofe. L’estremizzazione delle necessità e delle priorità che deriva dall’emergenza porta tutto all’esasperazione. Così come si alza il livello della solidarietà e dell’attaccamento alla propria terra e alle proprie radici (ne abbiamo visto esempi magnifici), anche cattiveria e meschinità arrivano a livelli impensabili.
Così oggi, a due anni dal cataclisma, possiamo vedere che, di tante iniziative, di tanta passione spesa per risolvere, per dare una mano, per contribuire alla rinascita è rimasto poco. Le spinte si sono sopite, si sono disgregate cozzando contro il muro dell’immobilismo, della grettezza delle persone, delle divisioni meschine di paese, ma anche contro l’opportunismo, l’ipocrisia, la falsità di quanti, col terremoto, si sono dati e hanno avuto un’opportunità, poco importa se sulla pelle dei terremotati.
Cosa è rimasto è evidente: ci sono gli opportunisti, quelli che si sono dati un lavoro, un ritorno economico, una possibilità di fare affari, e quelli che si sono creati un’immagine, un personaggio, un modo di sentirsi e forse essere qualcuno. Ci sono professionisti che, col terremoto, hanno trovato la manna da cielo e lavorano come matti, e ci sono finti solidali che oggi scrivono libri e fanno mostre sfruttando un’immagine che, prima, si potevano sognare. Il tutto calandosi nel ruolo di sacerdoti della solidarietà, autonominandosi rappresentanti di questa o quella comunità.
Gli altri, quelli che la solidarietà la fanno sul serio, sono ammutoliti, forse dalla cattiveria che sta prendendo sempre più spazio, forse dalla presa di coscienza che ogni sforzo sembra vanificarsi. Intanto il silenzio scende sulle macerie pluriennali e l’unica voce che si sente è quella mielosa e pietistica dei sacerdoti opportunisti, mentre chi denuncia, chi grida contro lo scempio che si è compiuto e si continua a compiere, sembra sempre di più un matto nel deserto.

Luca Craia