venerdì 27 gennaio 2017

Gli Italiani si adeguano e non mangiano maiale



Trovo gravissimo, non tanto per l’episodio in sé quanto per quello che rappresenta, quello che è accaduto “Villaggio Container” di Tolentino, la mensa allestita per gli sfollati a causa del terremoto. La notizia, apparsa ieri su diversi notiziari online e oggi è su carta sul Corriere Adriatico è stupefacente: è apparso su un bancone un cartello con una scritta che recita “le pietanze preparate per la mensa del villaggio container non contengono maiale”. Ora, tutti sappiamo che la carne di maiale non è così salutare nel caso se ne faccia abuso, ma un consumo medio non dovrebbe comportare eccessivi rischi. Allora perché questa premura di eliminare dalla dieta degli sfollati la carne suina?
Pare si tratti di una forma di riguardo verso ospiti di religioni che non mangiano maiale. Quanti sono? Non si sa esattamente, ma certamente una percentuale esigua, tanto da non giustificare tanta premura. E qui scatta il ragionamento: se l’italiano, che ha il maiale nella sua dieta quotidiana da sempre, non è più libero di mangiarne quando si trovi nell’impossibilità di procurarsene da solo, e questo avviene perché, anziché eventualmente preparare delle pietanze apposite per i pochi che non si nutrono di maiale per precetto, lo si toglie direttamente dal menu.
È un segno. Certo, probabilmente lo si è fatto per semplificare, per far scorrere il lavoro, ma rimane un segno. È il segno che la nostra cultura, i nostri usi, le nostre stesse esigenze, per quanto noi possiamo essere (ancora) maggioritari nel nostro Paese, passano in secondo piano di fronte a una politica che si atrofizza su posizioni morali e ideologiche non condivise. E la mia preoccupazione è per il futuro, perché temo che si cominci col maiale e si finisca con la letteratura.
                                      
Luca Craia

Beverati fa infuriare gli Ebrei di tutta Italia con la sua Giornata della Memoria personale.



Non era facilissimo ma c’è riuscito. Giacomo Beverati, il colto assessore alla Cultura del Comune di Montegranaro, è stato capace, in un colpo solo, di fare arrabbiare gli uomini di cultura di sinistra (i sedicenti tali sono in tutt’altre cose affaccendati), di mettere in imbarazzo l’alleato di estrema destra e di mandare su tutte le furie la comunità ebraica di Facebook. Come ha fatto? Ha invitato un suo “grande amico” (sono tutti amici suoi, quelli che invita), Diego Fusaro, a parlare di “memoria contesa” al teatro La Perla.
Io non andrò  perché avro altro da fare, quindi non posso e non voglio scendere nel merito dell’argomento trattato. Però ho molti amici ebrei che mi hanno subito fatto notare quanto fosse brutto il concetto di “memoria contesa”, come se non esistesse una verità storica ma bisognasse trovarne una che accontenti tutte le parti in lizza, revisionisti compresi.
Le reazioni del mondo ebraico sul social network sono furiose e gli epiteti si sprecano, sia per il giovane filosofo che per il nostro assessore. Ho notizia di discussioni accesissime contro l'operato del nostro su diversi gruppi Facebook di cultura ebraica. C’è però un risvolto positivo: Montegranaro è diventata famosa. Grazie Giacomo!
                                      
Luca Craia

La parola in voga a Montegranaro è ebete



Siccome sono più che certo che chi la usa non abbia cognizione reale del suo significato, per il semplice fatto che, altrimenti, non la userebbe, perché usarla e dare un pugno in faccia sono esattamente la stessa cosa, fornisco ai modaioli montegranaresi il significato da dizionario Treccani della parola più in voga al momento in paese.
èbete agg. e s. m. e f. [dal lat. hebes -ĕtis, propr. «spuntato, ottuso», der. di hebēre «essere smussato»]. – Ottuso di mente, deficiente: c’è chi nasce e.; c’è chi diventa per l’infermarsi e ingrossare degli organi (Tommaseo). È usato soprattutto come epiteto ingiurioso, anche come sost.: è un e., sei una vera e.; atteggiamento da e.; solo degli e. possono confondere le due cose!
Ricorrentemente a Montegranaro, come penso anche da altre parti, c’è una terminologia giovanile che predomina a prescindere dal reale significato della parola. Ne ricordo diverse, della mia gioventù, e ne ricordo altre di quando ero bambino, parole usate da chi era più grande di me ma ancora non adulto. Poi ci sono quelli che sono perennemente giovani, i quarantenni mai cresciuti che campano del sussidio di papà e che si credono ancora ventenni non sapendo che, invece, di anni ne hanno quattro in testa e quaranta nel fisico. Tutti si adeguano all’uso di moda.
Questa, però, come dice la Treccani e altri dizionari che ho consultato, è una parola ingiuriosa. Io, che scrivo molto spesso in maniera graffiante, non mi sognerei mai di dare dell’ebete a qualcuno, nemmeno al mio peggior nemico, nemmeno a chi ritengo che, tutto sommato, lo sia. Credo che ci sia un confine tra l’essere caustici e l’essere maleducati, e oggi, su Facebook, questo confine viene superato con molta, troppa disinvoltura. Usare certi termini, oltre che a qualificarci in maniera molto precisa sulla scala bassa dell’evoluzione della specie, è una forma di violenza che non è più nemmeno verbale, diventa fisica. È bullismo, è quel bambino cattivo che tiranneggia l’altro, che gli ruba i soldi per le merendine o  gli rende la vita impossibile solo perché è diverso o, nel nostro caso specifico, non la pensa alla stessa maniera. Insomma, prima di dire ebete a qualcuno, pensateci. Magari specchiatevi.
                                      
Luca Craia