sabato 15 settembre 2018

Centro storico: integrazione e ghettizzazione. I dati della popolazione nel castello montegranarese.

Sono 730 gli abitanti del centro storico di Montegranaro, almeno secondo l’Anagrafe al 31/12/2017. Di questi, IL 27,81% sono stranieri, ossia 203 persone, di cui 148 provenienti dal Marocco. Questi i dati ufficiali, ma sappiamo bene che, oltre alle persone regolarmente iscritte all’anagrafe, ce ne sono tantissime che non lo sono, sia perché in residenza temporanea, sia perché clandestini. Il numero di queste persone è ovviamente impossibile da stimare, ma la cosa certa è che sono davvero tante, e l’impressione è che il loro numero possa eguagliare se non superare quello degli Italiani.
Il quartiere si sta evidentemente trasformando in un ghetto per stranieri, e questo è un problema serio che va affrontato seriamente. Se nei primi anni di immigrazione la convivenza è stata pacifica e collaborativa, col tempo la situazione è venuta via via deteriorandosi. Il motivo è semplice: i primi venuti erano motivati dalla ricerca del lavoro e dal desiderio di miglioramento delle proprie condizioni di vita. Con la crisi economica e la conseguente perdita di posti di lavoro, molte di queste persone se ne sono andate e sono state spesso sostituite da altre con situazioni diverse e, in alcuni casi, con vite al di fuori della legalità. Tutto questo ha ovviamente deteriorato i rapporti, creando situazioni tese che sono andate a creare problemi anche e soprattutto a quegli stranieri di prima ondata che avevano trovato un sistema di integrazione tutto sommato efficiente.
È logico, quindi, che ogni politica futura debba evitare di aggravare la ghettizzazione del quartiere. Il recupero urbanistico é basilare: il crollo dei valori immobiliari favorisce l'inserimento di persone in situazioni di disagio e a rischio criminalità.  Inoltre la presenza di numerosi alloggi popolari ancora da assegnare è fonte di preoccupazione perché, coi regolamenti attuali, essi saranno presumibilmente affidati a stranieri. Ecco quindi la necessità di mettere mano ai regolamenti.
È inoltre fondamentale instaurare forme di controllo per limitare l’incidenza della criminalità che, purtroppo, vede gli stranieri protagonisti. Per questo è auspicabile che si favorisca la nascita di una forma di controllo di vicinato che, comunque, deve essere pilotata e controllata a sua volta istituzionalmente. L’istituzione di una zona a traffico limitato per i residenti, con varchi controllati tramite telecamere, può favorire il processo. In ogni caso, servono un progetto complessivo e investimenti corposi, anche diluiti nel tempo.

Luca Craia



Micam, speranze e futuro per un settore devastato.

Per un capriccio dell'ufficio anagrafe ho attraversato quasi quarant'anni della vita calzaturiera del mio paese e del mio Paese. Da quando pure i garage e i sottoscala si chiamavano "Ditte" con le tre o quattro persone che ci lavoravano notte e giorno fino a veder crescere tra l'erba - come il ragazzo della via Gluck - le grandi cattedrali di vetro, cemento e lamiere del distretto produttivo più importante d'Italia. Tempi neppure paragonabili e lontani non 40 anni, ma 40 milioni di anni luce.
Le vicende sempre alterne tra la fortuna e le difficoltà. L'idea che piccolo è sempre bello. La convinzione che con il cognome di famiglia si potesse dare più lustro ai mocassini, ai derby e alle francesine. Lo faceva pure il vicino di casa... La capacità di rischiare dei pionieri inversamente proporzionale alla preparazione economica, finanziaria e commerciale. E gli errori. Pure quelli! Gli stessi che oggi ti fanno ribollire il sangue, quando senti che aziende affermate chiudono i battenti.
Che Brand storici (non da laboratorio con moglie, padre e madre) spariscono per sempre. Con il dramma di un numero sempre troppo grande di individui che non avranno più un lavoro da svolgere in una zona che non ha mai saputo, né voluto creare niente altro che scarpe.
E domani chi resiste ritorna a Milano per la centesima fiera. Carica la macchina di campionari, listini e speranze che nel corso degli ultimi anni si sono concretizzate con la stessa frequenza della vincita al superenalotto.
E ribolle il sangue a sentire chi blatera inutilmente di aiuti e appoggi al settore in crisi. Di che aiuti si parla? Ancora del Made in Italy? Di quel valore aggiunto da dare a prodotti che sono stati fatti oltre frontiera, dove il costo del lavoro è un decimo, un quinto, un quarto di quello italiano? Troppo tardi. Ancora si parla di proteggere quello che non interessa più a nessuno dei produttori rimasti? Coloro, cioè, che per abbattere il prezzo del prodotto, nella speranza di venderne qualche paio in più, se lo vanno a fare in Romania, Bulgaria, Cina, Vietnam, Serbia, Albania eccetera? Questo Made in Italy? Oh... scusate, non lo sapeva nessuno come stavano in effetti le cose.
Scendete dalle vostre inutili e costose poltrone. Troppi presidenti in giro, lo dico da quarant’anni. Prendete un autobus di Roma Linee. Senza limousine né autista, né fotografi andate a battere i pugni a Roma. L'unica cosa che dovete chiedere è il taglio del costo del lavoro per lasciare qualche euro in più ai lavoratori (magari ricominciano a consumare un po') e per abbattere in parte il prezzo di una francesina, che a momenti costa come una lavasciuga di marca, anche quella fatta in Cina.
Non abbiamo altro tempo a disposizione che quello di oggi. (Charles Spurgeon)

Giuseppe Sardini

venerdì 14 settembre 2018

Le Marche dalle molte contrade, impantanate nel post-terremoto.

Da lontano le cose si vedono meglio, con quel minimo distacco razionale che consente di contestualizzarle e di valutarle complessivamente, pur sempre tenendo conto degli inevitabili limiti personali. Già a qualche decina di chilometri da qui, c'è chi vede il terremoto come un evento trascorso, ad alcune centinaia di chilometri di distanza il messaggio che si rileva parlando con la gente è che ormai sia quasi tutto a posto. La gente dimentica e molto in fretta, ascolta distratta i tg, difficilmente legge i giornali, da tanti ritenuti utili solo per incartare il pesce, ma che a volte approfondiscono le questioni e contribuiscono a sollevare problemi e criticità del sistema Italia. Nel Belpaese, dove anziché cercare di capire la complessità dei problemi per poter dare le risposte che i cittadini attendono, si va avanti per slogan polarizzando volutamente l'attenzione dell'opinione pubblica su alcuni argomenti, per distoglierla volutamente da altri, a mio parere il terremoto del Centro Italia ed i terremotati sono agli ultimi posti nell'agenda politica. Non tanto nelle inevitabili dichiarazioni positive di intenti al quale si assiste ad ogni passerella dei politici nelle zone terremotate, quanto nelle scelte concrete, che difficilmente mi lasciano sperare in un'inversione di rotta. Siamo tutti, terremotati e territori limitrofi, in un bel pantano nel quale non si sa tra quanto usciremo. Le Marche delle mille contrade, dei tanti borghi e delle centinaia di frazioni, non sono appetibili per la politica nazionale. Non portano voti, non portano risorse, non portano innovazione. Non ci sono prebende politiche da riscuotere o poltrone di rilievo in cui sistemare la piccola casta di qualsivoglia formazione politica. Nulla di nulla, dunque si può dedurre che alla politica che conta, delle Marche non gliene frega nulla. Se ne sono interessati solo quando la regione è stata utile palcoscenico per la campagna elettorale, quando i riflettori dei media per eventi legati a calamità naturali o a fatti di cronaca nera, hanno fatto di questa terra una quinta teatrale utile allo spettacolo della politica. La divisione territoriale, sociale e culturale che rende questa terra più frammentaria e dispersiva che mai, è un fattore di debolezza interna, mai preso di petto dal mondo politico e industriale, salvo rare eccezioni, che mina alla base qualsiasi tentativo di una politica territoriale comune. E così come una gigantesca armata Brancaleone, tutti andiamo allo sbaraglio verso un futuro incerto e che probabilmente è già segnato. Quartiere contro quartiere, comune contro comune, provincia contro provincia, costa contro montagna, l'individualismo esasperato ci frega tutti e su questo il mondo politico gongola, continuando a menare il can per l'aia, lanciando a volte positivi segnali di fumo, mentre della ciccia arrosto si sente solo il profumo, senza vederla. La norma prevale su tutto, sui volti, sulle storie e sulle speranze di chi non ha più nulla. Questo è quanto mi sento di scrivere, a due anni dal terremoto che ha distrutto un bel pezzo di mondo in cui ho sempre vissuto e che ancora non so se e quando ritroverò. Ci salvi chi può.

Sibilla Onorati

Chiusure domenicali, la voce di una lavoratrice nella g.d.


A proposito del trattamento riservato a molti dipendenti della grande distribuzione, ho chiesto e ottenuto di poter pubblicare un pensiero di Stefania Di Mercurio, ex dipendente, che così racconta la propria esperienza.

Dopo aver lavorato per quasi 20 anni nella grande distribuzione,mi permetto di fare chiarezza su alcuni concetti che non sono chiari neanche ai tg nazionali.
1) non è vero che c'è una turnazione ,perché le domeniche inserite nel contratto sono 4 ed il lavoratore è tenuto a lavorarle tutte e 4, salvo per gentile concessione del datore di lavoro che può decidere di lasciarti a casa ,massimo,1 domenica al mese( e questo non avviene in tutti i punti vendita)
2) non è vero che lavorando la domenica si percepisce una retribuzione aggiuntiva tale da farti dire "ne vale la pena"
3) non è vero che sono state assunte più persone per sopperire ai turni domenicali, piuttosto sono stati modificati e peggiorati i contratti dei dipendenti che già c'erano.
4) non è vero che i fatturati sono aumentati,sono solamente stati ridistribuiti in maniera diversa.
5) non è vero che puoi dare la tua eventuale disponibilità nei giorni festivi, perché se ti rifiuti l'azienda te la farà elegantemente pagare.
6)non è vero che si perderebbero posti di lavoro chiudendo la domenica ,ma se così fosse  si potrebbero recuperare nell'ambito ad esempio della ristorazione o del turismo categorie che sarebbero avvantaggiate dal fatto che le famiglie piuttosto che pascolare dentro un centro commerciale,potrebbero pensare di trascorrere la loro domenica , in un agriturismo,o in una località marittima.
7)non è vero che la domenica di un lavoratore è sostituita da un giorno infrasettimanale, perché a che serve avere un giorno di riposo quando i tuoi figli sono a scuola ed i tuoi amici a lavoro?
NON È VERO CHE È NECESSARIO FARE LA SPESA LA DOMENICA, È NECESSARIO POTER TROVARE UNA FARMACIA APERTA, O UN PRONTO SOCCORSO EFFICIENTE , MA LA SPESA SI PUÒ BENISSIMO FARE IN UN ALTRO GIORNO....quando vedrete una commessa in un centro commerciale la domenica, pensate che per quanto sia fortunata ad avere un posto di lavoro,sta' rinunciando a qualcosa che non può essere quantificato in denaro: il tempo con la sua famiglia. 
Dedicato a tutti i miei ex colleghi che sono sempre nel mio cuore.

Solidarietà ai commercianti del centro dal Comitato "Paese Mio"


Comunicato integrale 


Il Comitato “Paese Mio” esprime piena solidarietà ai commercianti del centro di Montegranaro che si ritengono danneggiati dagli orari stabiliti dal Comune per la chiusura dell’isola pedonale di viale Gramsci. Riteniamo che il commercio sia fondamentale per la vita del centro storico, sia per il servizio svolto alla cittadinanza, sia come presidio di civiltà in un contesto a forte rischio di degrado urbano e sociale. In quest’ottica reputiamo che la vita stessa del quartiere dipenda anche dalla presenza degli esercizi commerciali e dalla loro prosperità.
Per questo motivo auspichiamo che l’Amministrazione Comunale riapra una discussione sui temi legati all’isola pedonale e si metta nella condizione di cercare di comprendere le istanze e le esigenze degli esercenti, in modo da riportare la situazione alla normalità e non sottoporre il centro storico a un nuovo ulteriore rischio di degrado.

E Montegranaro scoprì la crisi (che c’era da anni)


È come se, improvvisamente, uno si svegli dal coma e si accorga, con sbigottimento, che il mondo non è più quello di qualche anno prima. Viene da dare il buongiorno a chi, oggi, si sveglia dal suo coma e parla di crisi del settore calzature, chiedendo di prendere misure per arginare questa drammatica situazione. Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, e andati anche lontano, è un esercizio sterile, faticoso e può servire soltanto a dare un po’ di visibilità ai soliti personaggi che di quello campano, ma la crisi della calzatura ha radici antiche, complesse, ed è soltanto stata aggravata ma non causata dalla congiuntura recente. C’è rimedio? Credo di no.
Si poteva rimediare anni fa, alle prime avvisaglie, quando gli imprenditori meno illuminati andavano ad aprire i primi stabilimenti nell’est Europa o nel Nordafrica insegnando ad altri paesi l’antica arte calzaturiera, quando i nostri paesi si riempivano di laboratori cinesi che facevano chiudere quelli italiani, quando esplodeva il fenomeno Cina, che regalava macchine, stabilimenti, manodopera per prendersi tutto dopo pochi anni e vendere lo stesso nostro prodotto a un quarto del nostro prezzo, dopo aver imparato da noi come si fa.
Si poteva pensare di rompere la monocoltura calzaturiera, cercare investitori che volessero aprire stabilimenti di produzione alternativa sul territorio. Non lo si è fatto. Poi è arrivata la crisi mondiale, poi sono arrivate le sanzioni alla Russia. Poi è arrivato Renzi. Ora c’è rimasto ben poco da fare.
Ma quel poco si potrebbe tentare di farlo. L’iniziativa sul Made in Italy che il nostro Enrico Ciccola sta portando avanti è lodevole e può produrre risultati apprezzabili per le poche aziende sane rimaste, aziende che hanno saputo adeguarsi ai tempi e al mercato ma che, comunque, vanno sostenute. Si deve lavorare per riaprire mercati antichi, come la Russia, e nuovi mercati. Si deve lavorare per sostituire le scarpe con altre produzioni.
Non servono consigli comunali passerella, non servono convegni, non servono incontri pieni di paroloni e gente importante. Serve darsi da fare, lavorare, sia agli alti livelli che a quelli bassi della politica. Gli imprenditori, quelli superstiti, stanno facendo la loro parte, la politica no. È ora di darsi da fare.


Luca Craia