mercoledì 5 settembre 2018

Io me li ricordo i Giardini Diaz di Macerata.


Ho passato la mia adolescenza e la mia giovinezza a Macerata. Ho fatto le medie, il liceo e l’università a Macerata, negli anni ’80, e me la ricordo bene com’era. Non era l’oasi di pace e bellezza che tanti vorrebbero raccontarci, ma era molto ma molto diversa dalla Macerata attuale. C’era la droga anche allora, certo, ma dovevi andarla a cercare, non te la sbattevano in faccia. C’era qualche delinquente, per carità, ma potevi girarti tutta la città tranquillo, passando in tutti i vicoli che volevi, anche se eri una ragazza, anche se portavi la minigonna. Non ti dava fastidio nessuno, a Macerata.
I Giardini Diaz della Macerata che ricordo erano pieni di gente che andava e veniva. Erano il cuore della Macerata giovane, dove gli studenti prendevano la corriera, dove andavano a nascondersi quando marinavano la scuola, dove le coppiette andavano a pomiciare, dove i professori andavano a perlustrare in cerca dei “salatori”. C’era anche la polizia, sempre, attenta e vigile che non capitasse nulla. E, in genere, non capitava nulla.
Cosa sono diventati oggi i Giardini Diaz, nonostante la “riqualificazione urbana”, lo vediamo e lo sappiamo. Sono anche passati trenta e passa anni da allora, le cose, direte, cambiano. Ma perché le cose devono cambiare sempre e per forza in negativo? Come ha fatto, Macerata, a diventare quello che è diventata? Come ha fatto a diventare una città dove bisogna stare attenti a dove si va, a dove si passa, dove ci sono zone in cui è meglio non andare a meno che non si voglia “fare spesa”?
Macerata è una delle tante città italiane in degrado. Ce ne sono centinaia, sono quasi tutte, persino i paesini di provincia hanno problemi simili. Il tutto è dovuto a un imbarbarimento globale della società, a un declino sociale che sembra inarrestabile. Sembra, perché si può fermare, ma bisogna cambiare strada, progetto, mentalità. Bisogna, soprattutto, smettere di lucrare sul destino degli Italiani, nascondendosi e camuffandosi dietro ideologie e finti moralismi. O si cambia strada, o si muore.

Luca Craia

Io sto con i commercianti che protestano, e faccio acquisti da loro. Io sto con Montegranaro.


Se un commerciante protesta è perché ha un problema e vuole risolverlo. Un commerciante non fa battaglie per faziosità, non gli conviene, lo danneggerebbe. Se protesta è perché il problema c’è, è reale ed è grave. Se il commercio di un paese ha un problema, il paese stesso ha un problema. Il commercio è un presidio di civiltà. Il commercio porta servizi alla popolazione, fa si che, per soddisfare i nostri bisogni, non occorra andare lontano. Il commercio presidia anche l’ordine e la sicurezza, perché una via piena di negozi è molto più sicura di una via in cui non c’è niente. Il commercio è l’economia di un paese, col commercio il paese vive. Senza il commercio il paese muore.
È molto triste quello che sta accadendo a Montegranaro: dietro un’amministrazione comunale sorda alle istanze dei commercianti, priva della volontà di confrontarsi e capire le esigenze di chi pone un problema, ottusa nelle sue decisioni ferme e indiscutibili, c’è un comportamento della società civile che lascia sbigottiti, per fortuna limitato a pochissimi soggetti.
C’è gente che si aggira per i negozi e utilizza i social network per minacciare i commercianti che protestano con la minaccia più subdola: io non faccio più acquisti da te. Dopo la sparizione misteriosa della vela col manifesto della protesta, spostato dal luogo dove tutte le vele di Montegranaro sono solite sostare non si capisce bene per quali motivi, ora c’è questa nuova forma di intimidazione. I commercianti non hanno diritto di protestare, non hanno diritto di difendere i propri interessi e, con essi, gli interessi di tutto il paese.
Io sto con i commercianti. Ci sto perché hanno ragione ma ci sto anche per principio, perché nessuno può imporre la propria idea agli altri. Si può discutere, argomentare, dissentire ma mai e poi mai imporre. Quello che sta accadendo è gravissimo, fuori da ogni regola civile e democratica. Per questo IO STO CON I COMMERCIANTI, IO STO CON MONTEGRANARO. E farò i miei acquisti da loro, come ho sempre fatto.

Luca Craia

martedì 4 settembre 2018

Le storie di Monte Franoso: il fotografo e i negozi.


A Monte Franoso c’era un personaggio strano, una specie di filosofo che ogni tanto si appassionava a una cosa nuova e, di punto in bianco, si autoconvinceva di essere bravissimo in quella cosa. Nel periodo che vi sto raccontando, il nostro personaggio era convinto di essere un grande fotografo. Il bello è che era dotato di una grande dote, quella di saper convincere la gente, tanto che, alla fine, erano in molti a ritenerlo un grande fotografo nonostante fosse soltanto un fotoamatore di media qualità. Potere della suggestione indotta. In passato era stato un grande politico, un grande sindacalista, un grande esperto di centri storici, un grande aggregatore. Non era mai stato un grande lavoratore perché quella cosa lì proprio non la digeriva.
In quel periodo, a Monte Franoso, i negozianti erano in conflitto con l’amministrazione comunale per alcune scelte fatte da quest’ultima che mettevano in difficoltà i commercianti. Per questo motivo i negozianti avevano intrapreso una protesta pacifica esponendo sulla propria vetrina un volantino che esprimeva i motivi del loro malcontento. Non tutti i negozi esponevano il volantino, ma erano davvero tanti quelli che avevano aderito alla protesta.
Il nostro sedicente grande fotografo, di punto in bianco, decise di essere anche un grande difensore dell’amministrazione comunale. Fu un raptus, ma in un lampo egli assunse in sé la convinzione di dover difendere a tutti i costi le posizioni del Comune. Per questo motivo cominciò a girare per i vari negozi che esponevano il volantino minacciando i negozianti: se non avessero staccato quel simbolo di protesta dalla vetrina, non avrebbe più fatto compere da loro.
Come abbiamo detto, il nostro personaggio aveva la capacità di far credere più o meno quello che voleva alla gente, e per questo motivo molti negozianti staccarono il volantino dalla vetrina. Ma, a un certo punto, uno di loro si chiese se fossero più importanti le ragioni della protesta o il fatto che il nostro simpatico amico facesse spesa da lui. Fece mente locale e si rese conto che il grande fotografo, ora difensore del Comune, spendeva all’anno non più di millecinquecento lire mentre la perdita per la quale protestava era ben più alta. Quindi decise che i conti non portavano. Lo disse al vicino che fece lo stesso calcolo ed ebbe lo stesso risultato. Tutti riappesero il volantino.
Quando il nostro amico ripassò si infuriò davvero molto, ma fece buon viso a cattivo gioco. Da quel giorno, però, dovette andare a fare spese nel paese vicino.


Luca Craia