martedì 26 aprile 2016

L’incidente sulla Sangiustese accende i fari sulla sicurezza delle strade.



Sono davvero troppi gli incidenti che stanno capitando sulle nostre strade, troppi e tutti insieme, tanto che non si può più pensare a una sfortunata contingenza. Mentre le vetture diventano, almeno sulla carta, sempre più sicure, mentre le leggi diventano sempre più restrittive allo scopo (forse) di garantire maggiormente l’incolumità di automobilisti e passeggeri, sembra che tutto questo diventi inutile davanti a una smisurata lista di incidenti che, scorrendo le cronache locali, interessa la nostra zona. Forse c’è qualcosa che non va.
Penso all’incidente all’incrocio della Mezzina, dove ha perso la vita una giovane Montegranarese, e penso che sarebbe bastato intervenire prima, sapendo, vista la statistica, quanto fosse pericoloso quel tratto di strada. Intervenire prima avrebbe salvato una vita e forse anche altre, ma ben venga, finalmente, un progetto della Provincia di Fermo per mettere in sicurezza una delle strade più pericolose della nostra terra.
Penso anche all’incidente di ieri, a causa del quale una donna di Monte San Giusto, tra l’altro mamma di una mia carissima amica, sta lottando per la vita in rianimazione a Torrette di Ancona. Conosco quella strada, la conosciamo tutti. Penso che tutti sappiamo cosa significhi percorrerla con la pioggia. L’asfalto è talmente liso che è sdrucciolevole persino da asciutto, figuriamoci quando è bagnato. Basta una distrazione, un piccolo errore e la macchina può girarsi, come è successo ieri a Liliana.
La domanda è: quanto costa, quanto vale una vita umana? Vale meno di un chilometro di asfalto, vale meno di un po’ di impegno e di attenzione da parte di chi amministra? Perché ora vedrete: ci sarà probabilmente (e auguriamocelo, almeno questo) la solita corsa tardiva a riparare il danno fatto, magari impegnando finalmente quei quattro spiccioli che servono per rendere quella strada meno pericolosa. Ben venga, per carità, perché eviterà, forse, qualche incidente in futuro. Ma che quella strada sia pericolosa lo sappiamo tutti e che si debba aspettare sempre il fattaccio per correre ai ripari francamente è vergognoso.

Luca Craia


La tessera



L’altro giorno, sulla pagina Facebook dell’Ape, ho avuto una piacevole discussione con un lettore molto schierato a sinistra che mi rimproverava di vedere solo i difetti della sinistra, appunto, mentre sarei rimasto cieco di fronte a quelli della mia parte politica. Ho cercato di spiegargli che la mia parte politica non c’è più, che suono un uomo di sinistra, anche se mai marxista, e che non trovo più la mia collocazione politica; che penso liberamente non appartenendo a nessuno e non sventolando bandiere. Credo possa essere utile a chi si chiede, come l’amico di cui sopra, come diavolo la pensi e perché la pensi così, leggersi questo mio racconto, pubblicato sulla mia raccolta “I Racconti della Marca Bassa” che presto andrà in ristampa. È un racconto di vita vera perché il protagonista, Peppe, è mio nonno e i fatti sono realmente accaduti. Se vi va, leggetelo.

Peppe era un repubblicano vero, amico fraterno di Nannì il senatore, anticlericale e antifascista. Non era facile essere né l’uno né l’altro durante il ventennio, specie se gestivi una cantina in un piccolo paese. La cantina, all’epoca, era sostanzialmente un’osteria, una via di mezzo tra il bar e il ristorante di oggi. Vi si mesceva il vino e si servivano pasti semplici. Nella cantina di Peppe incontravi tutte le categorie umane e molte categorie politiche: dal gerarca fascista al comunista silenzioso (ma non silente). Peppe doveva gestirli tutti, senza inimicarsi nessuno, e in questo era un artista. Era un cantiniere fermo ed esigeva disciplina nel locale, ma sapeva essere cordiale con tutti e gli affari andavano più che bene.
Peppe non aveva grande simpatia per i comunisti, ma solidarizzava con loro in quanto non liberi di esprimere il proprio pensiero. Neanche lui lo era. Il suo amico deputato, che deputato non era più, entrava e usciva dal carcere e lui non poteva permetterselo. Aveva una famiglia, per quanto piccola, da mantenere e una figlia che adorava. Per cui la politica era bandita dal suo locale. Ma fuori, lontano da orecchie indiscrete, spesso si confrontava su quei temi con amici comunisti e socialisti, anche se spesso, molto spesso, non li condivideva. La sua idea era diversa.
Su una cosa era stato inflessibile: non aveva mai voluto prendere la tessera del partito. Di quello fascista intendo. Quella repubblicana ce l’aveva eccome, ben nascosta nel cassetto del comò, insieme alla foto di Mazzini e a quella di Garibaldi. Ci era riuscito, a non prendere la tessera intendo, per via di una forma di rispetto reciproco che sfiorava l’amicizia che lo legava al Podestà, il marchese, che era uomo integro moralmente, molto affabile, estremamente intelligente. Peccato fosse fascista, ripeteva spesso Peppe.
Un giorno, però, arrivò in cantina un garzone del marchese che trasmise l’invito perentorio di recarsi in tutta fretta in municipio perché il Podestà voleva conferire con lui. La cosa parve strana e Peppe si tolse lesto il grembiule e si recò in piazza non senza una certa apprensione. Il marchese lo ricevette subito, lo fece accomodare, e andò al dunque. Stavano per venire in paese dei gerarchi dal capoluogo e venivano appositamente per verificare voci circa alcuni cittadini che non erano ancora iscritti al partito. Volevano verificare che non fossero sovversivi, nemici della patria, comunisti insomma. “Io lo so che tu tutto sei meno che comunista, Peppe” disse il Podestà “ma comunque repubblicano lo sei, lo sanno tutti, e questo non depone a tuo favore. Senza tessera ti difendo male. Ricordati che c’hai una figlia piccola…”.  Peppe si alzò senza aprire bocca, girò sui tacchi e se ne andò con un secco “buongiorno”.
Non dormì tutta la notte, ma non ne parlò con la moglie per non crucciarla. Il mattino dopo la decisione era presa. Toccava fare la tessera. Andò dal marchese che lo accolse sorridente. Disse che era certo della sua ragionevolezza e che la tessera era già pronta sopra il suo tavolo. Peppe uscì dall’ufficio del Podestà con la tessera del Partito Nazionale Fascista in tasca e gli occhi gonfi di lacrime.
Arrivarono i gerarchi dal capoluogo nei giorni seguenti. Pestarono e purgarono, ma non Peppe. Per quasi un mese alla cantina mancarono diversi avventori abituali, tutti comunisti e socialisti. Poi ricomparvero, ma con lo sguardo truce rivolto al cantiniere. Uno si avvicinò al banco e chiese: “Non ti pesa quella tessera in tasca?”. La sera Peppe chiuse la cantina alla solita ora e fece per andare a casa ma, girato l’angolo, si trovò tre sagome grosse e scure a sbarrargli la strada. Due lo bloccarono e il terzo lo prese a pugni e calci finchè quasi svenne. Lo lasciarono accasciato a terra. Nessuno seppe mai chi fossero quei tre. Tranne Peppe.

Luca Craia

domenica 24 aprile 2016

Ancora caos magrebini. Solidarietà ai Carabinieri.



Ancora un brutto episodio a carico dei nostri “ospiti” magrebini, uno dei tanti, l’ennesimo di una lunga lista che parla di risse, molestie, furti e violenze di vario genere. Sgombriamo il campo: non tutti i Magrebini sono delinquenti, ma quasi sempre i protagonisti di questo genere di episodi che accadono nel nostro Comune sono di provenienza nordafricana. E se è vero che anche gli Italiani, a volte, diventano artefici di questi atti di criminalità, ciò non giustifica il fatto che chi viene ospite nel nostro Paese possa comportarsi in questo modo. In sostanza: ne abbiamo abbastanza di delinquenti nostrani che non c’è la necessità di prenderli di importazione.
La cosa più grave, però, è l’impunità. Leggere sul giornale che il protagonista dell’ultima puntata della serie “Il Magrebino Pazzo”, quella accaduta venerdì notte al Mastio di Montegranaro , è noto alle forze dell’ordine. E queste forze dell’ordine, i Carabinieri nella fattispecie, gente che vive con uno stipendio inadeguato e deve rischiare la vita per fare il proprio dovere, va a intervenire per l’ennesima volta su un soggetto che si prende l’ennesima denuncia a piede libero e torna a ubriacarsi e delinquere con disinvoltura. Intanto i Carabinieri si fanno male, rischiano grosso, e magari si beccano pure qualche insulto. E se gli scappa una smanacciata ci passano pure un guaio.
La mia solidarietà per l’Arma è totale e incondizionata. Devono lavorare in queste condizioni, senza strumenti, con leggi che tutelano più il delinquente che loro. Bloccano il facinoroso, vengono aggrediti, si fanno male la legge rimette il libertà il delinquente. Verrebbe da arrendersi e dire un normalissimo quanto umanissimo “chi me lo fa fare”. Invece continuano a fare il loro dovere e a proteggerci, per cui grazie di cuore.
Per quanto riguarda, invece, gli stranieri che si comportano in questo modo, ricordiamo ai loro tutori, quelli che si stracciano le vesti per difenderli e che, in questo preciso istante, mi stanno dando del razzista, che se un Italiano aggredisse un poliziotto turco, tanto per fare un esempio, lo metterebbero in galera e butterebbero via le chiavi. Chi vuole stare in Italia deve rispettare l’Italia e gli Italiani. Altrimenti non può e non deve restare. Le leggi attuali, figlie di un buonismo ipocrita e interessato, vanno modificate quanto prima, per la tutela nostra e delle stesse forze dell’ordine. E chi non è d’accordo vada a ubriacarsi a Casablanca, picchi un poliziotto marocchino e poi ne riparliamo.

Luca Craia