giovedì 21 ottobre 2021

C’è una testa staccata ad accusarci di ipocrisia

 

Mahjabin Hakimi aveva solo la sua giovinezza , la passione per la pallavolo e il talento che l’ha portata nella nazionale afghana. Per la sua giovane età faceva parte della squadra juniores, e di quella squadra, quando abbiamo regalato l’Afghanistan ai Talebani, solo il due sono riuscite a scappare. Mahjabin non era stata tra le fortunate ed era rimasta nel suo Paese, quel Paese destinato a essere teatro, da quasi mezzo secolo, delle nefandezze peggiori che l’essere umano può concepire. Una di quelle nefandezze è toccata a lei. I Talebani l’hanno decapitata, a inizio ottobre, e poi hanno intimato il silenzio alla famiglia, pena ritorsioni. Solo ieri si è saputo della sua tragica fine. Una fine che fa orrore, che commuove e che deve farci riflettere su quanto siamo ipocriti.

Siamo ipocriti, perché parliamo di accoglienza ma non siamo stati capaci di rendere un Paese invaso da anni un Paese dove poter vivere, studiare, giocare a volley o comunque fare una vita altrove ritenuta normale. Ci mascheriamo di generosità e altruismo ma nessuno ha protestato con un minimo di convinzione dopo che abbiamo abbandonato l’Afghanistan, dopo averlo occupato militarmente per vent’anni, in mano a questi demoni. E ora li invitiamo ai tavoli internazionali, trattiamo con loro, perché ormai ci stanno loro, non possiamo ignorarli.

L’Afghanistan è lo specchio dell’ipocrisia insita nella nostra stessa civiltà, esportatrice di democrazia con le bugie e la violenza, che usa finte azioni umanitarie per nascondere biechi calcoli geopolitici. Nessuno di quelli che si indignano per le morti nel mediterraneo, tanto utili propagandisticamente, sale sugli scudi per la tragedia afghana che, quella sì, è completamente opera nostra.  Nessun Paese della civilissima Europa ha protestato con gli Stati Uniti per l’assurda strategia di disimpegno dall’occupazione dell’Afghanistan. E ora, in qualche modo, tutti andiamo a trattare con questi esseri mostruosi, non abbiamo il coraggio e la coerenza di escluderli dal consesso civile internazionale perché tanto ci sarà sempre qualcuno più ipocrita di noi che andrà a trattarci e a trarne beneficio.

Io penso a quella ragazzina, ai suoi sogni, a quello che sperava dalla vita e per la vita, alla sua adolescenza piena di dubbi, di paure, molti più di quelli che ha un adolescente delle nostre parti, ma anche a tutto quello che si aspettava dalla vita. E poi penso a quella testa rotolata per terra, staccata dalla mano disumana di un essere indegno di essere chiamato uomo, ma staccata anche dalla nostra indifferenza e dalla nostra ipocrisia.

 

Luca Craia