venerdì 2 luglio 2021

Terremoto. Nel 2016 parlavo di strategia della desertificazione e mi presero per matto. Nel 2021 Prodi e Iacobucci dicono la stessa cosa.


 

Quando nel dicembre del 2016, a due mesi dal terremoto che distrusse il mondo montano del centro Italia, scrissi per la prima volta e per primo ipotizzando una sorta di strategia della desertificazione delle zone montane da parte del Governo, in molti (per fortuna non tutti) mi presero per matto. Sul Corriere Adriatico del 30 giugno scorso è apparso un articolo a firma di Donato Iacobucci, Docente di Economia alla Politecnica delle Marche e coordinatore della Fondazione Merloni nel quale si segue una tesi enunciata da Romano Prodi nel suo intervento conclusivo al convegno di Save The Apps tenutosi a Fabriano nel giugno 2019. Prodi, in quell’occasione, diceva: “L’idea che si possano far vivere persone isolate come un tempo ci deve passare dalla mente… gli insediamenti vanno organizzati dove può vivere la gente, dove si può fare fronte alle esigenze delle famiglie, dove ci può essere una comunità abbastanza grande per andare a scuola e per divertirsi”. Parlava a Fabriano e si riferiva evidentemente alla realtà montana delle Marche e dei Sibillini, ma anche a tutta quella fascia di  Centro Italia che risponde  alle stesse caratteristiche.

Il professor Iacobucci è d’accordo con Prodi e rilancia: “Quello che abbiamo ereditato sull’Appennino è un sistema di insediamenti funzionale ad un’economia basata sull’agricoltura e sulle attività silvo-pastorali. Si tratta di un modello insediativo non più adatto alle nuove condizioni di produzione del reddito e, soprattutto, alle nuove esigenze di accesso ai servizi pubblici e privati che sono considerati irrinunciabili nelle scelte localizzative di individui e famiglie”. Una cosa non più adatta, nella civiltà dei consumi e nel mondo globalizzato, la si butta via.

“Non è solo una questione di costi” prosegue il professore “ma anche di efficacia: una scuola elementare con pochi alunni non ha solo un costo maggiore per alunno ma determina anche un peggiormente della qualità del processo educativo”. A me pare una gradissima stupidaggine, perché non mi risulta che le zone montane d’Italia abbiano prodotto solo degli pseudo-analfabeti. Ma il professore spiega meglio il suo punto di vista quando dice: “Non è pensabile l’idea di adattare l’organizzazione sociale ed economica del ventunesimo secolo su un modello insediativo che si è strutturato e consolidato per un’economia e una società pre-industriali”.

Non serve più, lo buttiamo. Ma non del tutto. Dice il professore: “Una parte di questo patrimonio insediativo potrà essere utilizzato a scopi ricreativi e turistici ma gli insediamenti della popolazione vanno ripensati in funzione delle nuove esigenze economiche e sociali”. Ci facciamo una specie di luna park. E come lo facciamo? Il professor Iacobucci ha le idee chiare: “Occorre una strategia che definirei di ‘spopolamento programmato’ di alcune aree a favore di altre nelle quali è possibile conseguire livelli di densità compatibili con le attuali esigenze sociali ed economiche”.

Eccoci qua: la strategia della desertificazione è stata codificata. La chiamano “spopolamento programmato”, ma sempre quello è. E spiega le lentezze degli interventi e il fatto che, a metà 2021, praticamente non si è mosso nulla: il cuore delle città colpite è ancora recintato e interdetto alla popolazione, non c’è alcuna iniziativa per rilanciare economicamente e socialmente le aree terremotate. Ora, mi avete preso per matto, nel 2016, ma il professor Iacobucci tanto matto non dev’essere. Quello che dicevo io i terremotati se lo sono scordato, ma le tesi di Iacobucci, e di Prodi, sono recenti. E i fatti dicono che tanto matto non ero.

 

Luca Craia