sabato 19 giugno 2021

Calzature: ancora a correre dietro alla Cina.

È bella questa cosa che Confindustria ci racconta per filo e per segno i vantaggi dell’accordo con i Cinesi, con profusione di dettagli sui mercati che si apriranno, le grandi opportunità e blablablà ma non ci dice cosa diamo in cambio. Un accordo dovrebbe avere vantaggi equi per ambo le parti che li sottoscrivono, ma quali siano i vantaggi per i Cinesi non ci viene spiegato se non con un laconico “il Fermano aiuterà le imprese cinesi” (Corriere Adriatico di oggi). Come le aiuterà? Più di quello che ha già fatto, insegnando loro come si fanno le scarpe e tutti i segreti di un’arte secolare?

Io non sono più nel settore da anni, e quindi spero che chi lo gestisce oggi ne sappia più di me. Ma l’impressione che ricavo da questo ennesimo capitolo del romando d’amore tra i calzaturieri italiani e la Cina è che si sia scelta ancora una volta la strada più breve senza considerare gli effetti a lungo termine. È quello che si è fatto fin dall’inizio, spostando le produzioni, consentendo il proliferare di aziende terziarie cinesi sul nostro territorio, sperando di aprire un mercato che si sarà anche aperto ma che, alla lunga, ha dato un rapporto costi-benefici decisamente deficitario. E lo vediamo bene oggi.

Eppure siamo sempre lì, a ronzare intorno alla Cina, mentre il mondo va in direzione contraria, cercando di contrastarne la prepotenza economica e le politiche espansionistiche. Può darsi anche che mi sbagli, probabile, e che abbia ragione Confindustria. Spero di campare abbastanza a lungo per essere smentito, ma a me pare l’ennesimo tentativo di suicidio. Un accanimento.

 

Luca Craia