martedì 3 novembre 2020

Quando Erdogan scatenò la guerra contro l’Europa. E l’Europa era già piena di mine pronte a esplodere. L’accoglienza che uccide.

Piacerebbe molto, al leader turco, tornare agli splendori dell’impero ottomano. È evidente, dall’atteggiamento e dalla politica aggressiva che conduce. Per ora, però, quello che ha prodotto è solo di avere destabilizzato il medio-oriente, con quale vantaggio per la Turchia nel lungo periodo è tutto da vedere, e aver scatenato la guerra dei fanatici contro l’Europa. Non è poco, perché i morti, in medio-oriente, sono centinaia di migliaia, e in Europa cominciano e diventare troppi, troppi per tollerare ancora le sparate di Erdogan.

L’ultima, di sparata, ha attivato le bombe a orologeria che accogliamo allegramente come rifugiati, senza controlli, senza sapere dove vanno e che fanno, per poi ritrovarceli a sparare sulla folla o a staccare teste in chiesa. È una guerra vera e propria, quella che Erdogan ha scatenato contro la confinante Europa, nel suo rapporto viziato dal complesso di inferiorità che lo affligge, in cui vorrebbe essere interlocutore privilegiato ma continua a smanacciare pericolosamente. E ogni volta che smanaccia fa un sacco di danni.

Stavolta i danni sono tanti. Sono morti e feriti, c’è un clima di terrore rinato, proprio nel mentre affrontiamo la paura del virus e, soprattutto, della crisi che ne consegue. In questo momento cominciano a sparare i fanatici: Nizza, Vienna, chissà dove altro. Nei Paesi arabi, folle di invasati religiosi minacciano l’occidente infedele. Al Qaeda risorge dalle ceneri e minaccia Macron. E tutti ci sentiamo in pericolo perché di questi potenziali assassini, di questi staccatori di teste, siamo pieni.

Ne abbiamo ovunque, nascosti nelle nostre case popolari, nelle università, nei quartieri periferici, nei palazzoni multietnici, nei centri di accoglienza. Ovunque. Li abbiamo fatti arrivare ovunque e ora sono ovunque, pronti a entrare in azione. E basta una smanacciata di un Erdogan qualsiasi e questi partono, ammazzano come se fosse la cosa più naturale del mondo.

E noi gli abbiamo dato il benvenuto, senza distinguere il buono dal cattivo, mettendo tutti nello stesso calderone: i potenziali assassini e la brava gente venuta a darsi un futuro. Così ora abbiamo anche paura di un innocuo e onestissimo vicino, perché distinguere lo staccatore di teste dalla brava persona non è facile, finche non ti staccano la testa. Un capolavoro della politica dell’accoglienza fatta coi piedi e senza calzini.

(foto ANSA)

 

Luca Craia