giovedì 24 settembre 2020

La commovente storia del mendicante che diventa ricco col gratta e vinci.



Mi sono commosso di fronte alla storia del mendicante di Jesi che ha vinto 300.000 Euro al gratta e vinci. Mi sono commosso perché il messaggio che si voleva mandare è arrivato, ossia che, giocando d’azzardo (perché comprare gratta e vinci è giocare d’azzardo) puoi cambiare in meglio la tua vita. Mi sono commosso perché un poveruomo che viveva di espedienti chiedendo l’elemosina al semaforo, ha speso i pochi spiccioli che aveva racimolato, non per farsi un panino, ma per comprarsi un gratta e vinci. Mi sono commosso perché la notizia non è che un uomo, italiano, ha perso il lavoro da anni e deve chiedere l’elemosina per vivere; la notizia è che un mendicante ha vinto al gratta e vinci. La notizia non è che in Italia, paese civile, lo Stato lascia i suoi cittadini in condizioni tali da dover chiedere l’elemosina la semaforo; la notizia è che, giocando d’azzardo, il mendicante diventa ricco.

A me commuove, e un po’ fa anche annebbiare la vista, questa informazione pilotata, utilizzata per fare pubblicità all’illegalità legale dello Stato, che vende i suoi prodotti vietati (il gioco d’azzardo dovrebbe esserlo) a cittadini già massacrati dalle vicissitudini della vita, da una società che esclude ed emargina e dallo Stato stesso che non li aiuta. A me commuove che la gente sia indotta, seppure in condizioni più che precarie, a spendere per un gratta e vinci piuttosto che per sopravvivere.

Quant’è bella la favola moderna del mendicante che diventa ricco. Più bella, più affascinante, più accattivante e più funzionale alle politiche di quest’epoca disumana che raccontare, che ne so, di un mendicante che viene aiutato a trovare un lavoro, a rifarsi una vita. Ma poi che ci scriviamo sui giornali? Come li vendiamo i gratta e vinci?

 

Luca Craia