giovedì 16 marzo 2017

Montegranaro: in vendita la farmacia comunale, la decisione è della Giunta.



Una larga quota della farmacia comunale di Montegranaro era già stata venduta a privati anni fa, durante il secondo decennio dell’amministrazione Basso, ma era rimasta una quota di poco più del 20% di proprietà comunale. Oggi si decide di cedere anche quella. La decisione potrebbe essere condivisibile o no, dipende dai punti di vista e da come verrà utilizzato il ricavato della vendita. Certo è che, vendere un bene senza reinvestire, non è mai un’azione proficua e questo sembra il caso. Infatti i proventi della vendita serviranno per coprire le spese di interventi di ordinaria manutenzione, come la rimozione della copertura in amianto della rimessa comunale. Quindi in futuro non avremo più un bene pubblico e, a fronte della sua vendita, non verrà acquistato o costruito un altro bene. È un brutto segnale, di questo passo potremmo venderci anche il municipio.
Il punto, però, è che il Consiglio Comunale di Montegranaro non si è mai espresso su questa possibilità e non lo farà nemmeno in futuro. La decisione, infatti, è stata già presa dalla Giunta e passerà in Consiglio Comunale solo per la votazione rituale, che avrà esito scontato dato che si presuppone che la maggioranza voti compatta. Ma non ci sarà una discussione e un confronto atto a ragionare su questa eventualità. Come sempre l’Amministrazione Mancini agisce con atti autoritari, non prevedendo la minima partecipazione dell’organo democratico per eccellenza nel governo della città, ossia il Consiglio Comunale che appare sempre più inutile e svuotato di ogni ruolo.
                                      
Luca Craia

Aldo Moro: 39 anni fa cambiava la storia d’Italia.



Me lo ricordo molto bene, quel 16 marzo 1978. Ero un bambino, ma mi impressionò tantissimo la notizia prima del rapimento e poi dell’uccisione di Aldo Moro. Era una notizia di quelle tragiche, quelle che danno la sensazione che si sia rotto qualcosa. E si era rotto davvero qualcosa, rotto irrimediabilmente.
La morte di Aldo Moro ha segnato la fine di un’era politica e sociale. Ha messo una pietra tombale su ogni aspirazione di successo per la lotta armata, ma ha anche aperto la crisi ideologica della sinistra italiana, portando alla fine del Partito Comunista, avvenuta, con la prospettiva di tanti anni passati, poco tempo dopo. Ha messo in crisi gli ideali che animavano la lotta di classe e tagliato ogni filo che potesse legare la sinistra extraparlamentare col Paese reale, relegando i ragionamenti sulla rivoluzione ai salotti radical e ai tavoli degli intellettuali con la erre moscia.
Le Brigate Rosse non hanno solo assassinato Aldo Moro, hanno ucciso una classe politica. Quella classe politica fatta di uomini alti, culturalmente e moralmente, uomini che lavoravano per la Costituzione e per il Paese, ha visto iniziare la propria fine dentro quella Renault 4 rossa, una fine che arrivò con l’ascesa di Craxi e il profondo mutamento di costume portato dagli anni ’80.
Non voglio idealizzare: si rubava anche prima. C’era corruzione ma era quella corruzione endemica alla politica, quella che, con un pizzico di fatalismo, definirei inevitabile. Ma la questione morale, fino alla morte di Moro, non era un problema prioritario. Chi governava aveva l’obiettivo primario nel ben del Paese, per poi, magari, trovare il proprio tornaconto. La morte di Moro ha condotto l’Italia verso l’epoca in cui gli obiettivi si sono prima ribaltati, per poi vedere annientato quello più nobile.
Sarebbe stata un’Italia diversa se Moro non fosse stato ucciso, ne sono convinto. Se Le BR avessero avuto il coraggio e la lungimiranza di liberarlo, avrebbero cambiato comunque la politica italiana, ma sarebbe cambiata in meglio, con un effetto filtro che avrebbe eliminato dalla scena tanti personaggi equivoci che, negli anni successivi, hanno condotto il Paese fino a Tangentopoli e all’avvento del berlusconismo, con il tracollo morale che ne è conseguito. Lasciare vivere Moro avrebbe salvato la sinistra dalla fine indegna che ha fatto, depurandola dalle connotazioni negative del marxismo, e messo i presupposti per una destra diversa, moderna, sganciata dalle pesanti eredità ideologiche del passato.
Oggi possiamo solo rimpiangere quello che non è stato. Ma possiamo anche comparare le qualità umane e politiche di chi governò l’Italia fino a quell’infausto periodo con quelle di coloro che fingono di governarla oggi. Potremmo attingere a quel patrimonio morale e culturale e pretenderlo oggi da chi si candida a guidarci. Ecco il punto: gli Italiani devono imparare a pretendere qualità da chi governa. È un diritto del Popolo Italiano, un diritto che abbiamo dimenticato.
                                      
Luca Craia

Viale Gramsci. Il Comune dimentica i residenti.



Riguardo l’intervento su viale Gramsci, il Comune di Montegranaro, con grande sforzo, vista la naturale repulsione per la partecipazione, ha rivisto il progetto sulla base dei suggerimenti dei commercianti; poi ha incontrato i commercianti per illustrare le modalità di intervento e la gestione del traffico durante il cantiere. Lunedì prossimo dovrebbero partire i lavori. Ma nessuno si è preso la briga di incontrare i residenti.
Il cantiere porterà disagi facilmente immaginabili per chi vive nel centro storico. Verranno a mancare numerosi parcheggi, la viabilità verrà modificata. Ma a nessuno ritiene importante ascoltare i residenti, sentire gli eventuali suggerimenti, capirne le esigenze. Non ci si è presi nemmeno la briga di informarli su quello che succederà, su come dovranno organizzarsi da lunedì fino alla fine dei lavori.
Eppure c’erano più di mille firme sulla petizione contraria al progetto. Certamente non erano stati solo i commercianti a firmare. Io stesso ho raccolto centinaia di firme, provenienti da normali cittadini. Ma i cittadini del centro storico, singoli, soli, sparpagliati tra le viette del paese vecchio, non organizzati, non sembrano avere voce in capitolo. Del resto non l’hanno mai avuta, perché mai dargliene proprio ora? Hanno ascoltato i commercianti che si sono detti contenti. I normali cittadini si adeguino.
                                      
Luca Craia

Terremoto e caos stalle: non passa la sfiducia alla Casini.

Il gioco di parole è fin troppo facile ma non voglio esimermene: nomen omen. L’assessore regionale marchigiano all’agricoltura, Anna Casini, in quota PD, di casini ne ha fatti davvero tanti, gestendo l’emergenza terremoto per quello di pertinenza al suo assessorato in un modo che pensarne uno peggiore è impossibile. Assente, disinteressata, inefficiente, inadeguata, talmente fuori posto da guadagnarsi una mozione di sfiducia presentata al Consiglio Regionale da Forza Italia, Lega nord, Fdi-An, Ap e appoggiata anche dal Movimento 5 Stelle.
In effetti la mozione non sarebbe stata nemmeno necessaria: in un Paese normale una persona che combina un tale disastro solitamente si dimette da sola. In Italia no, la colla data in dotazione a certi detentori di ruoli di potere è talmente forte da mantenere il sedere attaccato alla sedia tanto saldamente che nemmeno un terremoto che ha distrutto aree intere e messo in ginocchio la loro economia è capace di smuoverlo.
Nel caso della Casini la poltrona è davvero attaccata bene, tanto che la mozione di sfiducia, come c’era da aspettarsi, non è stata votata nemmeno da tutti i promotori, essendo assenti dall’aula, durante il voto, diversi Consiglieri di minoranza. Risultato: la Casini mantiene la fiducia del Consiglio Regionale 16 a 7, vedendo così premiata la sua inoperosità e i risultati disastrosi della sua gestione. Applausi a tutti.
                                      
Luca Craia