sabato 3 settembre 2016

Meglio sostenere i calzaturieri che fargli solo gli auguri



Mi è scappato un sorriso, un sorriso amaro, nel leggere il messaggio del nostro Sindaco, sempre prodiga di messaggi, per augurare una buona riuscita del MICAM che parte oggi. Certo, è apprezzabile che un Sindaco si preoccupi di quella che è (era?) la fonte primaria di reddito della città che amministra. Ma il messaggio stride con le recenti polemiche relative alla zona industriale.
In verità c’è poco che un Comune possa fare per sostenere l’economia locale. Ma “poco” non significa “niente”, e quel poco bisognerebbe farlo. E penso alle immagini diffuse da Viviamo Montegranaro, penso a quel tristissimo cartello messo al centro di una delle disastrate strade della zona industriale vittima della Calepio in cui un cittadino, forse un imprenditore, forse un semplice passante schifato da tanto schifo, con scritto “non conoscete la vergogna”.
Ecco, un Sindaco non può fare molto per rilanciare l’economia del suo paese, ma può tenere le strade della zona industriale in ordine, in modo che un imprenditore non abbia a vergognarsi coi suoi clienti o un trasportatore non debba spaccare le sospensioni per fare ritiri e consegne. Poi fa bene a fare gli auguri per la fiera. Ma si occupi anche di quello che può fare, nel suo piccolo, per agevolare almeno un pochino quegli imprenditori che, ostinatamente e nonostante tutto, cercano di far crescere Montegranaro.

Luca Craia

Porte aperte al cimitero. Non è un film horror, è semplice incuria



Sono mesi, anzi, anni che la gente segnala il cancello secondario del cimitero civico montegranarese aperto di notte. Il problema sembra risiedere nell’eccessiva prossimità del pulsante interno di sicurezza, quello che, se rimani per sbaglio chiuso nel campo santo dopo l’orario, apre la porta e ti fa uscire. Il pulsante è posto troppo vicino alle sbarre e, in questo modo, chiunque può allungare un braccio o inserire un bastone e premerlo, aprendo il cancello.
Non è una bella cosa: nel cimitero, di notte, si possono fare tante cose. Si possono profanare tombe, ed è successo. Si possono fare atti vandalici, ed è successo. Si possono fare incontri non visti, si può nascondere roba, fare traffici. In ogni caso si manca di rispetto ai morti, ai nostri morti, quelli che ogni famiglia montegranarese ha all’interno delle mura del camposanto.
Quanto è difficile risolvere il problema? Credo poco, anzi, per niente. Basterebbe spostare più in là il pulsante di sblocco. Come mai, a distanza di così tanto tempo e dopo tantissime segnalazioni, ancora non lo si è fatto? Non si ha tempo? Si ha troppo da fare? O si ha poco rispetto per la memoria, gli affetti, i cittadini stessi?

Luca Craia

venerdì 2 settembre 2016

Succhiato dal treno



Alberto, il nonno di Carla era andato un giorno a Roma per lavoro, quando ancora Carla era piccolina. Prima di tornare le aveva comprato una bambolina di pezza. Poi era andato a prendere il treno alla stazione. Ma mentre il suo treno si stava fermando per farli salire lo aveva succhiato. Non risucchiato, succhiato. Alcuni altri passeggeri che erano vicini a lui in quel momento lo avevano letteralmente visto sparire sotto le ruote, non come uno che finisce sotto un treno e poi viene schiacciato, piuttosto come l’acqua che fluisce nel tubo di scarico, o come un grosso ciuffo di lana di polvere aspirato di botto dalla scopa elettrica. Era finito sotto il treno che ancora aveva in mano la bambolina per Carla. La valigia, invece, era rimasta sul marciapiede. Un passeggero aveva affermato – e poi subito smentito, per non passare da matto – di averlo visto attorcigliarsi intorno alle ruote come un filo intorno al rocchetto. Quando il treno si era fermato erano tutti corsi a guardare sotto pronti ad aspettarsi uno spettacolo raccapricciante fatto di sangue e carne maciullata. Invece sotto il treno non c’era proprio niente. Nessuna traccia di Alberto, ne era rimasta solo la valigia ferma in mezzo al marciapiede.
Carla non si diede pace fin da subito. Era attaccatissima al nonno e la sua perdita la faceva star male. Il fatto poi di non averlo potuto seppellire non aiutava il suo animo a smaltire la perdita. Così, da quando fu appena più grandicella, prese a cercare il nonno sotto ogni treno che aveva modo di vedere. Occupò ogni istante del suo tempo libero per andare nelle stazioni a cercare tracce, segni, segnali del nonno. Da grande, poi, cominciò a girarsi tutte le stazioni d’Italia e a passare il tempo sulle banchine a guardare le ruote dei treni che giravano arrivando e partendo. Si era fatta una posizione, Carla. Aveva un buon lavoro e guadagnava bene. Per il suo lavoro doveva viaggiare spesso ma mai prendeva il treno. Si rifiutava di salirci e viaggiava con tutto tranne che col treno. Ma conosceva perfettamente tutte le stazioni di Italia e spendeva ogni istante che il suo lavoro le lasciava libero in questa sua ricerca illogica. Per questo non si era mai legata a nessuno, non aveva famiglia e anche i rapporti con i suoi genitori, ormai anziani, erano sporadici e frettolosi. Ma in tutti questi anni di cerca non aveva mai trovato nulla.
Si era anche informata se fossero mai capitati casi analoghi, di gente succhiata dal treno e mai più ritrovata. Aveva spulciato le cronache, aveva chiesto in giro. Mai nulla. Sembrava che la sparizione di suo nonno fosse una cosa mai successa prima e mai più ricapitata. E la stessa era stata ormai dimenticata, archiviata come uno di quei casi inspiegabili che, forse, è meglio rimuovere per non farsi troppe domande. Carla non dimenticava, non poteva, non ci riusciva. E proseguiva nel suo viaggio di stazione in stazione senza mai prendere il treno.
Capitò però un giorno che si trovò bloccata dalla neve Bologna. Strade chiuse, aeroporto chiuso, nessuna possibilità di muoversi da lì. Ma doveva andare a Roma a tutti i costi. Era troppo importante per il suo lavoro. L’unico modo era il treno. Così Carla prese il primo treno che dalla stazione centrale di Bologna andasse a Roma. Mentre era ferma sul marciapiede e il suo treno arrivava frenando col suo stridore di ferro per fermarsi, com’era solita Carla guardava le ruote girare. Fu allora che vide una macchia multicolore su una ruota che, girando, passava sulla ruota accanto e a quella accanto ancora e così via come Charlie Chaplin passava tra gli ingranaggi della macchina di Tempi Moderni. Le ruote stavano rallentando e quando furono quasi ferme vide che quella macchia sembrava proprio una bambola.
Si chinò per guardare meglio ma fu travolta dalla folla che saliva sul convoglio. Quando la ressa si calmò guardò meglio ma davanti a sé c’era soltanto una ruota d’acciaio scuro. Salì sul treno perplessa e nervosa per non aver potuto approfondire quella che, tutto sommato, ora sembrava solo un’impressione. A Sasso Marconi già dormiva. Dormì un sonno pesante che non fu disturbato da niente e nessuno, nemmeno il controllore che la lasciò dormire. Sognò. Naturalmente sogno il nonno, ma al risveglio non si ricordava nulla del sogno. E si svegliò a Roma Tiburtina. Con una bambolina di pezza in mano, una di quelle di altri tempi, che ora non si facevano più, con attaccato ancora il cartellino di garanzia.