venerdì 17 settembre 2021

Il nostro passato può essere il nostro futuro. Recuperiamo la nostra cultura.

Stamattina presto, passando per strada, ho visto una finestra illuminata in una casa, in uno di quei locali al livello della strada che una volta ospitavano i nostri laboratori artigiani, quegli stanzoni posti al piano terra dell’abitazione del calzolaio montegranarese dove si lavorava dalla mattina presto alla sera tardi. È un ricordo non troppo lontano, di quando ero molto più giovane e vendevo pellami andando per calzaturifici a proporre il mio campionario. Fermavo la macchina nella parte centrale di una strada e poi me la passavo tutta, porta porta, perché a ogni casa corrispondeva un laboratorio artigiano.

Dietro quelle finestre coi vetri stampati e stretti sorretti da montanti di ferro, c’erano intere famiglie di calzolai: il padre che tagliava le pelli, la madre che cuciva o scartava, il figlio che ci dava di spazzola. Un paio di operai, una ragioniera che spesso era un’altra figlia, di sangue o acquisita, il tutto illuminato da luci al neon un po’ ingiallite a rischiarare quell’aria odorosa di pelle e di mastice. La radio accesa, i rimbrotti del capo famiglia, le taglienti risposte della moglie e i sorrisi malcelati dei figli, quando non rispondevano male.

C’erano le famiglie, in quei laboratori, che lavoravano spalla spalla da mattina a sera per mantenersi e costruire un futuro. Famiglie unite, coese, legami forti e indissolubili. C’era tutto il sapere di un territorio, un’arte antica di secoli che si tramandava di generazione in generazione, l’arte di fare con le mani e pochi attrezzi una cosa meravigliosa come la scarpa. C’era una cultura basata sul valore del lavoro, del sacrificio e dell’onestà. C’era una ricchezza fatta di giusti guadagni ma anche di valori umani forti e radicati.

Oggi, di quelle finestre illuminate al piano terra delle case, ce ne sono poche, pochissime. Con i neon, si è spenta quella cultura, quel sapere, quel mondo ormai antico e superato dal progresso e dall’economia moderna, sempre più fondata su cose ben diverse dal lavoro e dal valore delle cose fatte con le mani dagli uomini. Abbiamo perso quel patrimonio, dissipato per colpa di scelte sbagliate, di scarsa lungimiranza, di incapacità nel fare evolvere quel sistema che si chiamava “distretto calzaturiero” che pure faceva scuola e veniva preso da esempio in tutto il mondo. Non voglio parlare ora dei motivi per i quali questo è avvenuto: è una questione lunga e, se vogliamo, dolorosa.

Vorrei però ragionare su quei valori. Perché quei valori, ne sono convinto, non li abbiamo persi. La capacità al lavoro e al sacrificio, la creatività, l’impegno, l’idea di piccola impresa familiare che funziona in quanto tale ce li abbiamo nel sangue. Così come la cultura calzolaia, il sapere antico che ci faceva fare le scarpe più belle del mondo. Tutto questo va recuperato per costruire una nuova economia, basata sul turismo e sulle nostre radici. Ovviamente serviranno altri settori, altre attività, servirà inventarsi o importare aziende e lavoro per mantenere vivo il territorio. Ma la nostra cultura non va dimenticata e, soprattutti, va utilizzata per creare nuova ricchezza, in maniera diversa rispetto al passato, ma con la stessa efficacia, con la stessa forza. Quella forza che faceva di questo territorio uno dei più prosperi e dinamici del mondo.

 

Luca Craia