giovedì 23 febbraio 2017

Villaggio del lavoro. Ha ragione Gismondi o Perugini? E chi se ne frega?


La questione del Villaggio del Lavoro di Montegranaro è davvero brutta perché, oltre a dare a un eventuale visitatore un’immagine estremamente negativa del paese (immagine, però, anche estremamente fedele alla realtà, purtroppo), nel suo svilupparsi alla ricerca di una soluzione per sistemare quantomeno il manto stradale delle vie principali della zona industriale del Chienti, sta mostrando gli aspetti peggiori della nostra politica e della nostra società. Il resoconto quotidiano che ne dà la stampa è lampante, e quanto l'informazione stessa, come stamane, ci regala fiumi di inchiostro che parlano solo di dietrologia, abbiamo il netto segnale di come non sia così importante il fare quanto la ricerca di consensi, dell’applauso di quella tifoseria che ha sostituito, a Montegranaro, l’elettorato.
Leggere l’articolo del Corriere Adriatico di stamane è sconfortante: un imprenditore che sembra più preoccupato di precisare di chi sia la responsabilità del degrado che di risolverlo, esce sul giornale solo per dire che non è vero quello che ha detto questo o quello piuttosto che dare forza alla richiesta di intervento urgente scaturita dai colleghi, in particolare da Bigioni che fa da capofila a un gruppo di industriali esasperati. È vero quello che dice Gismondi o è vero quello che dice Perugini? La risposta intelligente dovrebbe essere “e chi se ne frega?”. Invece c’è un’intera paginata di giornale che disquisisce di dietrologia, dando un preciso spaccato di quella politica stagnante che, con la dietrologia, appunto, si autoassolve del proprio immobilismo e della propria incapacità di prendere iniziative.
È l’indice di come vanno le cose a Montegranaro, in generale, non solo per questo caso specifico. Si è sempre alla ricerca del colpevole, mai della soluzione. C’è sempre un rimpallarsi di accuse ma non c’è mai la volontà di sedersi tutti intorno a un tavolo a cercare la soluzione. Il risultato lo vediamo. Un paese abbandonato a se stesso che si sgretola urbanisticamente, economicamente e socialmente, mentre chi dovrebbe proporre soluzioni e dare risposte concrete brucia forze ed energie nel cercare nuove accuse per l’avversario e trovare giustificazioni per se stesso. E la cosa triste è che l’elettore, trasformato in tifoso, applaude a ogni goal, si arrabbia a ogni fallo e non vede che, intanto, il campo è diventato una palude.
                                      
Luca Craia