mercoledì 15 febbraio 2023

Montegranaro e il programma elettorale. A che punto siamo: cultura

 

Continuo la mia disamina del programma elettorale di Montegranaro Sempre e del suo stato di attuazione a quasi un anno e mezzo dall’insediamento della Giunta guidata da Endrio Ubaldi. Preciso che mi limiterò a trattare gli argomenti su cui ho interesse, tralasciando quelli in cui non ritengo di avere competenze sufficienti per dare un giudizio ponderato. Oggi mi accingo a verificare come sta andando per il programma relativo alla cultura.

Devo dire che andiamo meglio rispetto a quello per il centro storico col quale verifichiamo in sostanziale poco se non nulla di fatto. Sulla cultura si sta lavorando, per quanto non si vedano differenze particolari con l’azione della precedente amministrazione se non nel rapporto con i soggetti coinvolti, di molto migliorato. Per il resto ci si sta muovendo come sempre, proponendo alcune iniziative e facendo molto leva sulle tante associazioni culturali e sulle loro proposte. Purtroppo va rilevato un certo sbilanciamento di “attenzioni” a favore di alcune piuttosto che di altre e un’impronta culturale stranamente più di sinistra che di destra. Ma andiamo nel dettaglio:

come promesso, è stato finalmente riaperto l’Auditorium “Officina delle Arti”, restituendo a Montegranaro un altro strumento utilissimo per fare cultura. L’auditorium era chiuso per dettagli risolvibili piuttosto facilmente e sono stati facilmente risolti, segno che bastava solo la volontà di farlo. Ora si ha uno spazio per manifestazioni culturali che non richiedano l’ampiezza del teatro principale, un spazio ben attrezzato e molto accogliente che dà lustro al paese;

si propone una discreta programmazione teatrale, anche se migliorabile soprattutto sotto l’aspetto del teatro vero e proprio, magari sacrificando un po’ di “cabaret”. Ottima la programmazione degli Amici della Musica che giustamente si sostiene, ma si potrebbe dare stimolo anche ad altre cose, come il teatro amatoriale o la musica giovanile;

si sta finalmente comprendendo l’importanza della banda musicale cittadina e la si sta aiutando. Non è ancora abbastanza ma c’è un miglioramento;

la Proloco sta crescendo, il Comune giustamente la sostiene e dà spazio alle sue attività;

Veregra Street ha il suo spazio tradizionale, lo scorso anno è andato molto bene, ma si potrebbe utilizzarlo maggiormente come strumento di promozione per il paese. Del resto il Festival è nato proprio per rivitalizzare il centro storico. Molto migliorato il rispetto per i residenti, cosa molto carente in passato;

si stanno sostenendo le iniziative delle associazioni anche se, come dicevo, alcune ottengono più spazio di altre. Il mondo associativo montegranarese è molto variegato e rappresenta una ricchezza che va utilizzata meglio;

il Museo delle Tradizioni, purtroppo, è ancora fermo al palo. Si era partiti molto bene ma ci si è arenati, spegnendo l’entusiasmo dei privati e delle associazioni che avevano aderito. La fototeca è anch’essa ferma a causa dei ben noti protagonismi dei soggetti coinvolti. Peccato.

il cinema al La Perla, eccetto qualche occasione sporadica, è ancora un ricordo;

della Rassegna Culturale ed Economica non si è mai sentito parlare.

 

Luca Craia

UNIONE MONTANA MARCA DI CAMERINO: ALLA BIT COL DOPPIATORE MARCHIGIANO


 “Differente, ironico, travolgente… e soprattutto inconsueto. Questo il modo in cui abbiamo voluto presentare al grande pubblico della BIT di Milano, il territorio delle aree interne dell’Alto Maceratese: con un video che racconta le nostre bellezze naturali ed artistiche affidandoci ad una guida d’eccezione, il Doppiatore Marchigiano”. È soddisfatto il presidente dell’Unione Montana Marca di Camerino, Alessandro Gentilucci, per l’accoglienza avuta domenica pomeriggio nella più importante fiera di settore italiana dedicata al turismo. “Essere qui, a rappresentare il nostro territorio nello stand della Regione Marche, in un contesto di promozione a livello internazionale dei luoghi più belli ed accoglienti d’Italia, significa credere nel suo rilancio. Con questo spirito, abbiamo pensato ad un’idea diversa di comunicare al mondo che noi esistiamo ancora e siamo in grado di accogliere”. Una formula che ha incontrato l’apprezzamento del pubblico presente all’anteprima del lancio del video in cui, oltre ad immagini suggestive, emerge la specificità del Doppiatore Marchigiano, quel giocare con il dialetto come espressione caratteristica e tipica di un territorio che li ha lanciati nel mondo dei social. “Il Doppiatore Marchigiano sa parlare a tutti, questa è la sua forza: ci rivolgiamo ad un target ampio che ha, in chi ama un turismo lento, il suo punto di forza. Quindi famiglie, escursionisti, sportivi ma soprattutto giovani. Un territorio da riscoprire che, grazie anche al supporto della Regione, rappresentata in primis dal presidente Acquaroli che ringrazio per aver condiviso questa nostra proposta, saprà riconquistare l’interesse di tanti”.

La matematica e il pranzo del venerdì

La matematica è sempre stata la mia bestia nera. Un po’ per indole, un po’ per una probabilissima atrofia delle sinapsi del calcolo (esistono?), un po’ perché la mia adorata maestra elementare, la maestra Lina, insegnandomi l’amore per lo scrivere, ha trascurato di inculcarmi quello per i conti, fatto sta che mi ritrovai al liceo scientifico a litigare quotidianamente con le operazioni più elementari, tanto da meritarmi un quattro alla fine del terzo e una bella bocciatura a settembre, onta sulla mia immacolata carriera scolastica fatta di un dignitoso impegno minimo sindacale con rendimento alto. Questo, però, mi fece conoscere il professor Dindini, l’insegnante che mi diede ripetizioni estive e mi tirò fuori dal pantano matematico in cui ero finito.
Superato brillantemente l’esame di riparazione settembrino, i miei decisero che sarebbe stato opportuno continuare a usufruire dell’aiutino di Dindini, così i miei venerdì pomeriggio, per gli ultimi due anni di liceo, furono dedicati alle ripetizioni di matematica. Restavo a Macerata alla fine delle lezioni e, alle 15,00, andavo a Santa Croce, dove abitava il mio professore di ripetizioni, a farmi le mie due ore di full immersion tra derivate, integrali, parabole, iperboli e tangenti.
Il venerdì era per me un giorno speciale. Già che la sera, al rientro a casa, dovevo fare in fretta e furia per arrivare in tempo a Radio Veregra perché alle 18,45 iniziava il mio programma settimanale, Hot Dog, che non era l’unico che facessi ma era quello a cui tenevo di più. Significava scendere dalla corriera alle sei e un quarto, correre a casa, caricarsi in spalla la tracolla dove tenevo i dischi che avevo messo in scaletta (una buona metà dei pezzi che mettevo provenivano dalla mia discoteca privata) e arrivare trafelato in radio appena in tempo per il cambio di studio con Nicola Vacca che mi precedeva in onda.
Però prima c’era il pomeriggio di studio della matematica che, se all’inizio era una specie di castigo divino, gradualmente era diventato un piacere. Lo era diventato certamente grazie a Dindini che stava incredibilmente riuscendo a farmi capire la materia e, udite udite, a farmici divertire. Ma la parte più bella erano quelle paio d’ore di assoluta solitudine in giro per Macerata, in attesa che venisse l’ora delle ripetizioni. In un primo momento avevo iniziato a mangiare in refettorio, dai Salesiani, ma non lo gradivo, sia perché non è che si mangiasse divinamente, ma anche perché era una specie di prolungamento dell’orario scolastico e la cosa mi infastidiva. Così, d’accordo coi miei, decisi di trovare un posto dove mangiare fuori senza spendere un capitale.
Trovai una piccola trattoria in corso Matteotti. Era piccolissima, poco più che un corridoio. Appena entravi c’era, sulla sinistra, il bancone del bar, uno di quelli anni ’70 con gli inserti in alluminio anodizzato color oro. Proseguendo lungo lo stretto locale si accedeva alla sala da pranzo, dove il vano si allargava leggermente per fare spazio a due file di piccoli tavoli addossate alle pareti. Al centro del muro sinistro c’era l’ingresso della piccola cucina dalla quale provenivano profumi deliziosi. Appena ci entrai, la prima volta, trovai al banco una ragazza poco più grande di me. Io avevo più o meno sedici anni e lei forse venti o ventidue. Alta, magra magra, bionda bionda e riccia riccia, con gli occhiali grandi di finta tartaruga come andavano di moda allora. Mi accolse con un sorriso e, alla mia domanda se potessi pranzare, mi fece accomodare a un piccolo tavolo singolo in fondo alla sala. La piccola trattoria era gestita da una famigliola maceratese che, col tempo, imparai a conoscere. Erano padre, madre e due figlie, la seconda un po’ più piccola di quella che avevo conosciuto per prima. Erano gente gentilissima e molto aperta, e feci presto a fare amicizia con loro. La trattoria, all’ora in cui arrivavo io, non era mai troppo piena e in breve presi una tale confidenza che, forse anche per la mia età molto giovane che inteneriva i due genitori, arrivai a pranzare al loro tavolo con loro, trovando un calore familiare che non mi sarei mai aspettato pranzando fuori casa. Era una sensazione piacevole, pranzare con gente cordiale che ti fa sentire a casa, con la televisione che trasmetteva Raffaella Carrà che contava i fagioli nel vaso. Però forse non era esattamente quello che cercavo.
Probabilmente fu proprio questo che, dopo molti mesi in cui il mio pasto alla trattoria di corso Matteotti era diventato routine, decisi di staccare e andarci sempre meno. In realtà amavo molto la mia solitudine del venerdì. Mi permetteva di pensare, di fantasticare, e il mio camminare per le strade di Macerata col bavero del giubbotto di pelle alzato e i capelli lunghi agitati dal vento, mentre facevo la strada che da viale don Bosco arrivava a Santa Croce, dall’altro lato della città, mi faceva sentire tanto rock. Così trovai un altro posto dove mangiare, un ristorantino che faceva anche da pub serale all’angolo tra via Roma e corso Cavour. Lì mangiavo davvero solo ed era decisamente più triste. Ma si sa, a sedici anni, in piena adolescenza, un pizzico di maledetta tristezza leopardiana ci sta tutta.
Ogni tanto tornavo a prendermi un primo alla trattoria del centro, ma non mangiavo più al tavolo dei proprietari. Probabilmente anche loro avevano capito la mia necessità di distacco, però la cosa mi creava una specie di magone, così smisi proprio di andare e alla fine del quinto liceo pranzavo solo in via Roma. Però il ricordo della cotoletta con le patatine che facevano apposta per me e quel calore da famiglia trovata per caso che trovai in quel locale ancora lo porto vivo, e a volte mi pare ancora di sentire gli odori, quei profumi lontani di una bella giovinezza spensierata.