mercoledì 15 marzo 2017

Il silenzio degli accademici: che fine ha fatto lo studio Unicam sui Carolingi?



Sono passati oltre due anni dall’annuncio della partenza di uno studio da parte dell’Università di Camerino, cospicuamente finanziato con fondi pubblici, che si proponeva di approfondire scientificamente le teorie che spiegherebbero la notevole presenza di testimonianze carolinge nel territorio piceno con una revisione storica circa la Francia alto medievale. Sono teorie nate dagli studi di don Giovanni Carnevale, il Salesiano che da circa un trentennio si dice convinto che l’Aquisgrana carolingia non sia collocabile ad Aachen, in Germania, come la storia ufficiale ritiene, ma in Val di Chienti, e precisamente a San Claudio di Corridonia.  
È dalle teorie di Carnevale che si muove un filone di studi, portati avanti da amanti della storia e appassionati ma, fin qui, mai suffragati dall’appoggio accademico. Lo studio annunciato dall’Unicam fu salutato dall’ambiente in maniera positiva, anche se si rimarcò, all’epoca, che mai una volta era stato citato il capostipite della teoria, Giovanni Carnevale, appunto, in una sorta di oblio censorio. Il fatto che l’Università si occupasse della teoria dei Carolingi in Val di Chienti era ritenuta, comunque, un passo avanti, anche se ci si sarebbe aspettata una collaborazione con chi questa teoria la portava avanti da anni, cosa che non c’è stata.
Il punto è che, a distanza di così tanto tempo, non c’è stata non solo la collaborazione ma nemmeno la comunicazione degli sviluppi di questi studi che, in due anni e oltre, è lecito ritenere siano andati avanti. In realtà lo scorso anno era stata convocata una conferenza per fare il punto, ma gli appassionati recatisi a Camerino per assistervi trovarono le porte chiuse. Da allora si è sentito soltanto un grande silenzio.
Credo quindi che sia legittimo chiedersi oggi che fine abbia fatto l’equipe del professor Gilberto Pambianchi che doveva occuparsi degli studi, e quei finanziamenti ottenuti allo scopo come siano stati utilizzati. Per una questione di chiarezza e trasparenza, è forse il caso di fare finalmente il punto e comunicarlo al pubblico, perché il sapere, chiuso dentro le mura dell’ateneo, è cosa medievale e poco utile alla comunità culturale del ventunesimo secolo.
                                      
Luca Craia

martedì 14 marzo 2017

Legittima difesa tra cronaca, bufale e proposte di legge che scompaiono.



Con i recenti fatti di cronaca, in particolar modo dopo quello di Lodi in cui un ristoratore ha sparato a un ladro che stava svaligiando il suo ristorante, è rispuntata la proposta di legge dell’anno scorso promossa da Italia Dei Valori. In questi giorni sta girando sui social (Whatsapp e Facebook) una catena di Sant’Antonio che invita a recarsi nel proprio comune per firmare per un fantomatico referendum sulla legittima difesa. Si tratta dell’ennesima bufala che fa riferimento alla proposta di legge di cui sopra, e quindi non a un referendum, che però ha visto il termine per la raccolta di firme nel giugno dello scorso anno. Quindi non andate in Comune perché non c’è nulla da firmare.
La bufala ha però riacceso la curiosità di molti sull’esito della raccolta firme dell’IDV, raccolta che, perlatro, era andata piuttosto bene contando, al termine della campagna, oltre un milione di firme racimolate. Nel settembre del 2016 le firme erano state consegnate in piazza Montecitorio nel corso di una manifestazione, indetta dallo stesso IDV, in cui decine di scatoloni, probabilmente contenenti i moduli con le firme, facevano bella mostra di sé con la scritta “Io dico sì”. Da allora non abbiamo più avuto notizie.
In realtà l’ordinamento italiano non obbliga il Parlamento a discutere una proposta di legge, per quanto essa goda dell’appoggio popolare. Per cui è pensabile che l’iniziativa di Italia dei Valori sia finita in un mucchio di altre proposte di legge per giacere lì nel secoli dei secoli amen. Nel frattempo, comunque, sembra essere scomparsa, oltre alla proposta di legge, anche l’organizzazione che l’ha promossa, visto che non sentiamo più parlare di IDV da mesi e mesi. Per cui, nonostante sia evidente che serva un riordino della legislazione in materia di legittima difesa, ho come l’impressione che nulla si farà.
                                      
Luca Craia

Integrarsi urinando al supermercato.



Parlo spesso, troppo spesso, di integrazione su queste pagine. Lo faccio perché è un tema fondamentale al giorno d’oggi e, essendo ormai la nostra società considerabile come multietnica, è importante che l’integrazione sia il più indolore per tutte le parti coinvolte. Purtroppo, a fronte di un numero considerevole di stranieri che tentano la strada dell’integrazione o che, magari, si limitano a un profilo basso in modo da non creare problemi sociali, esiste quella che mi auguro sia una minoranza che rema in direzione contraria e che danneggia gli sforzi compiuti per far sì che la multietnicità si realizzi in maniera costruttiva.
Aprendo i giornali, troviamo quotidianamente episodi di questo tipo che vedono molto spesso coinvolti stranieri, in maggioranza magrebini, in episodi di criminalità o di disordine sociale. Tralasciando le notizie recenti che parlano di droga, spaccio, prostituzione e quant’altro, alle quali ci stiamo, aimè, abituando, mi ha molto colpito la notizia riportata da Cronache Fermane che narra le gesta di due giovani nordafricani che, nell’ansia di offendere, insultare, imbarazzare il Paese che li ospita e che dà loro un’istruzione, servizi sociali, sussidi e cure mediche, si sono messi a urinare davanti a un supermercato di Fermo. Lo hanno fatto in bella vista, in pieno giorno, col chiaro intento di provocare. E la provocazione ha avuto successo perché c’è stata la reazione di chi, giustamente, ha giudicato intollerabile il gesto e ha rimproverato i due teppisti. La controreazione è stata violenta e solo quando si sono resi conto che la faccenda stava diventando pericolosa per loro, i due imbecilli se la sono filata.
Episodi di questo genere non sono affatto rari, e hanno quasi sempre come protagonisti giovani nordafricani, immigrati di seconda o terza generazione, gente nata in Italia, che dovrebbe ormai aver superato le barriere per essere integrata. Invece registriamo ancora e frequentemente questi fatti che sono preoccupanti perché testimoniano un’alienazione social manifesta che potenzialmente rappresenta un grave pericolo. Ricordo un episodio simili pochi giorni fa a Montegranaro, dove un uomo è stato pesantemente e immotivatamente insultato in piazza Mazzini da due ragazzi magrebini. Anche in questo caso non ci sono state conseguenze estreme perché l’Italiano non ha reagito. Ma se ci fosse stata reazione, come è successo, per esempio, a ruoli invertiti, la scorsa estate a Fermo nel famigerato caso dello scontro tra il Nigeriano e l’Ultras, cosa avrebbero detto i benpensanti. Come si sarebbe comportato, sempre per esempio, il paladino dell’integrazione, don Vinicio?
L’integrazione è difficile, con questi fatti rischia di diventare impossibile. Per scongiurare episodi gravi come questo, perché si tratta di un episodio grave, è necessario che la comunità straniera sia protagonista nella condanna e nella repressione di questi gesti, cosa che, a me, non risulta. Io stesso, probabilmente perché scrivo queste cose, sono stato insultato da un gruppo di ragazzi magrebini con l’epiteto “ape ronza di merda”.
                                      
Luca Craia