giovedì 16 febbraio 2017

Che fine ha fatto la legge sugli alberi?



Esattamente quattro anni fa entrava in vigore la legge 29 gennaio 1992 n. 113, una norma importante che avrebbe potuto rivoluzionare il concetto di verde urbano. Infatti questa legge obbliga i comuni a piantare un albero per ogni neonato che vede la luce sul proprio territorio comunale entro sei mesi dalla nascita. In realtà la norma, come si vede, è vecchia di venticinque anni e fu redatta dal duo Cossiga-Andreotti, ma è stata fino ad oggi totalmente disattesa. Con la legge n.10 del 14 gennaio 2013 si sono furono introdotte importanti modifiche alla precedente norma che la resero, di fatto, obbligatoria. Il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, istituito presso il Ministero dell’Ambiente, avrebbe dovuto vigilare sull’applicazione della stessa. I Comuni avrebbero l’obbligo di comunicare il tipo di albero prescelto per ogni bimbo nato e l’ubicazione della pianta e avrebbero dovuto redigere un censimento delle piantumazioni con cadenza annuale. La legge introduceva anche regole precise sulla tutela degli alberi monumentali stabilendo per il 21 novembre la “Giornata Nazionale dell’Albero” che prevede attività formative presso le scuole ed iniziative volte alla sensibilizzazione verso il verde. Sono passati quattro anni ma la legge non ha trovato alcuna applicazione, almeno a Montegranaro.
Luca Craia

mercoledì 15 febbraio 2017

Affreschi di Sant’Ugo a rischio. Parte subito l’intervento.



Recentemente i volontari di Arkeo che curano la chiesa di Sant’Ugo, pulendola, controllandola e rendendola fruibile al pubblico, hanno notato un anomalo deposito di materiale polveroso sul pavimento dell’antica ecclesia, in prossimità delle mura perimetrali. Tale materiale, piuttosto copioso, risulta essere una novità all’interno del bene, e ha fatto scattare immediatamente il campanello di allarme. Contemporaneamente si è notato che l’affresco della volta, di colore bluastro, sembra stia virando di colore. Anche questo elemento risulta molto allarmante.
Immediatamente allertato, il parroco, don Sandro Salvucci, ha dato incarico ai membri dell’associazione di muovere immediatamente tutti i passi necessari per valutare quanto sta accadendo e trovare le più efficaci e rapide soluzioni. Dopo un primo sopralluogo, effettuato da me e dal Presidente, Graziella Marziali, insieme al nostro tecnico di fiducia, l’ingegner Giovanni Leonardi, abbiamo formulato l’ipotesi che si stia verificando una variazione nel microclima interno all’edificio, la qual cosa sarebbe estremamente dannosa per la conservazione dei preziosi affreschi.
Ho quindi preso immediato contatto con la Soprintendenza di Urbino per chiedere un sopralluogo urgente da parte di tecnici specializzati. Tale sopralluogo avverrà nel corso della prossima settimana ma il timore, anche da parte degli esperti di Urbino, è che la nostra ipotesi sia fondata. Attendiamo, per ora, gli esiti della perizia e speriamo bene, ma se la situazione fosse quella paventata occorrerà mettere in campo una soluzione rapida ed efficace.
                                      
Luca Craia

Terremotati sballottati come casse di merce



Il comportamento della Regione Marche nei confronti delle persone colpite dal terremoto è allucinante. Lo è sempre stato, fin dall’inizio dell’emergenza, ma ora assume contorni quasi disumani, trattando uomini e donne, bambini e anziani, come fossero merce da stivare in qualche magazzino. Sono nel panico, e giustamente, gli ospiti dei residence della costa anche perché sono apparse delle comunicazioni da parte delle strutture ospitanti che parlano di termini precisi. Un camping di Porto Sant’Elpidio, ad esempio, comunica con un volantino che, fino al 20 maggio, ospiterà cinquecento persone per pori ridurre a duecentocinquanta fino al 30 giugno. E non si sa nulla del dopo.
Giustamente la gente comincia a interrogarsi sul proprio destino, a chiedersi che fine debba fare. La posizione degli albergatori è molto scomoda. Se da un lato c’è la volontà umanitaria di aiutare, dall’altro c’è il problema economico che non è prescindibile. La Regione non ha ancora pagato nulla e non si sa quando effettuerà i pagamenti. È in partenza anche la stagione estiva che, nonostante la pubblicità negativa derivante dal terremoto, si spera possa portare lavoro per gli operatori. Ma se le strutture sono occupate dai terremotati non c’è spazio per i turisti. E se economicamente quanto si dovrebbe potenzialmente incassare dalla Regione sopperirebbe alla mancanza di ospiti stagionali, rimane il danno sul lungo periodo per l’intero comparto turistico che non può permettersi di saltare una stagione. Le risposte dalla Regione, però, non ci sono.
Bisognerebbe ricordare, nelle lungaggini burocratiche e nelle decisioni politiche a rilento, che stiamo parlando di persone e non di bestiame. Le persone hanno bisogno di stabilità, di radici. Queste persone sono già state estirpate dalle loro comunità, case, luoghi di lavoro e di incontro. Ora non è possibile farle vivere in questa perpetua precarietà e il non sapere nemmeno dove si sarà tra due o tre mesi è di una disumanità inconcepibile. Occorre che chi governa le Marche capisca questo prima ancora di ragionare in termini di leggi, procedure e conti da far quadrare. Le persone non possono essere spostate come merce o animali. Questo lo faceva un uomo coi baffi, tanto tempo fa, nella grande Germania tedesca.
                                      
Luca Craia

La matematica e il pranzo del venerdì


La matematica è sempre stata la mia bestia nera. Un po’ per indole, un po’ per una probabilissima atrofia delle sinapsi del calcolo (esistono?), un po’ perché la mia adorata maestra elementare, la maestra Lina, insegnandomi l’amore per lo scrivere, ha trascurato di inculcarmi quello per i conti, fatto sta che mi ritrovai al liceo scientifico a litigare quotidianamente con le operazioni più elementari, tanto da meritarmi un quattro alla fine del terzo e una bella bocciatura a settembre, onta sulla mia immacolata carriera scolastica fatta di un dignitoso impegno minimo sindacale con rendimento alto. Questo, però, mi fece conoscere il professor Soldini, l’insegnante che mi diede ripetizioni estive e mi tirò fuori dal pantano matematico in cui ero finito.
Superato brillantemente l’esame di riparazione settembrino, i miei decisero che sarebbe stato opportuno continuare a usufruire dell’aiutino di Soldini, così i miei venerdì pomeriggio, per gli ultimi due anni di liceo, furono dedicati alle ripetizioni di matematica. Restavo a Macerata alla fine delle lezioni e, alle 15,00, andavo a Santa Croce, dove abitava il mio professore di ripetizioni, a farmi le mie due ore di full immersion tra derivate, integrali, parabole, iperboli e tangenti.
Il venerdì era per me un giorno speciale. Già che la sera, al rientro a casa, dovevo fare in fretta e furia per arrivare in tempo a Radio Veregra perché alle 18,45 iniziava il mio programma settimanale, Hot Dog, che non era l’unico che facessi ma era quello a cui tenevo di più. Significava scendere dalla corriera alle sei e un quarto, correre a casa, caricarsi in spalla la tracolla dove tenevo i dischi che avevo messo in scaletta (una buona metà dei pezzi che mettevo provenivano dalla mia discoteca privata) e arrivare trafelato in radio appena in tempo per il cambio di studio con Nicola Vacca che mi precedeva in onda.
Però prima c’era il pomeriggio di studio della matematica che, se all’inizio era una specie di castigo divino, gradualmente era diventato un piacere. Lo era diventato certamente grazie a Soldini che stava incredibilmente riuscendo a farmi capire la materia e, udite udite, a farmici divertire. Ma la parte più bella erano quelle paio d’ore di assoluta solitudine in giro per Macerata, in attesa che venisse l’ora delle ripetizioni. In un primo momento avevo iniziato a mangiare in refettorio, dai Salesiani, ma non lo gradivo, sia perché non è che si mangiasse divinamente, ma anche perché era una specie di prolungamento dell’orario scolastico e la cosa mi infastidiva. Così, d’accordo coi miei, decisi di trovare un posto dove mangiare fuori senza spendere un capitale.
Trovai una piccola trattoria in corso Matteotti. Era piccolissima, poco più che un corridoio. Appena entravi c’era, sulla sinistra, il bancone del bar, uno di quelli anni ’70 con gli inserti in alluminio anodizzato color oro. Proseguendo lungo lo stretto locale si accedeva alla sala da pranzo, dove il vano si allargava leggermente per fare spazio a due file di piccoli tavoli addossate alle pareti. Al centro del muro sinistro c’era l’ingresso della piccola cucina dalla quale provenivano profumi deliziosi. Appena ci entrai, la prima volta, trovai al banco una ragazza poco più grande di me. Io avevo più o meno sedici anni e lei forse venti o ventidue. Alta, magra magra, bionda bionda e riccia riccia, con gli occhiali grandi di finta tartaruga come andavano di moda allora. Mi accolse con un sorriso e, alla mia domanda se potessi pranzare, mi fece accomodare a un piccolo tavolo singolo in fondo alla sala. La piccola trattoria era gestita da una famigliola maceratese che, col tempo, imparai a conoscere. Erano padre, madre e due figlie, la seconda un po’ più piccola di quella che avevo conosciuto per prima. Erano gente gentilissima e molto aperta, e feci presto a fare amicizia con loro. La trattoria, all’ora in cui arrivavo io, non era mai troppo piena e in breve presi una tale confidenza che, forse anche per la mia età molto giovane che inteneriva i due genitori, arrivai a pranzare al loro tavolo con loro, trovando un calore familiare che non mi sarei mai aspettato pranzando fuori casa. Era una sensazione piacevole, pranzare con gente cordiale che ti fa sentire a casa, con la televisione che trasmetteva Raffaella Carrà che contava i fagioli nel vaso. Però forse non era esattamente quello che cercavo.
Probabilmente fu proprio questo che, dopo molti mesi in cui il mio pasto alla trattoria di corso Matteotti era diventato routine, decisi di staccare e andarci sempre meno. In realtà amavo molto la mia solitudine del venerdì. Mi permetteva di pensare, di fantasticare, e il mio camminare per le strade di Macerata col bavero del giubbotto di pelle alzato e i capelli lunghi agitati dal vento, mentre facevo la strada che da viale don Bosco arrivava a via Giuliozzi, a Santa Croce, dall’altro lato della città, mi faceva sentire tanto rock. Così trovai un altro posto dove mangiare, un ristorantino che faceva anche da pub serale all’angolo tra via Roma e corso Cavour. Lì mangiavo davvero solo ed era decisamente più triste. Ma si sa, a sedici anni, in piena adolescenza, un pizzico di maledetta tristezza leopardiana ci sta tutta.
Ogni tanto tornavo a prendermi un primo alla trattoria del centro, ma non mangiavo più al tavolo dei proprietari. Probabilmente anche loro avevano capito la mia necessità di distacco, però la cosa mi creava una specie di magone, così smisi proprio di andare e alla fine del quinto liceo pranzavo solo in via Roma. Però il ricordo della cotoletta con le patatine che facevano apposta per me e quel calore da famiglia trovata per caso che trovai in quel locale ancora lo porto vivo, e a volte mi pare ancora di sentire gli odori, quei profumi lontani di una bella giovinezza spensierata.
                                      
Luca Craia

La maledizione della Panda delle Guardie


Scrivo per ridere, intendiamoci ma, a pensarci bene, a vedere quante ne stanno capitando tutte insieme alla Panda della Polizia Municipale montegranarese, io avrei timore a salirci. La vetturetta 4X4, preziosissima perché unico mezzo semovente a quattro ruote motrici a disposizione del corpo di polizia e, quindi, indispensabile in caso di neve o problemi di viabilità tipo ghiaccio, fango, fondo viscido, ha passato un gennaio infernale. Ricostruiamo: appena iniziato l’anno, il 4 gennaio, il pandino caracolla improvvisamente per strada, senza dare alcun preavviso. Contemporaneamente manifesta “anomalie alla cinghia di distribuzione”, al filtro dell’aria e all’alternatore tanto da fare abbassare il fascio luminoso dei fari neanche fosse una bicicletta a dinamo. La portano all’officina e la fanno riparare spendendo 838 Euro.
Non fanno in tempo a rimetterla per strada che la macchinetta ha un nuovo coccolone: impazzisce il termostato, comincia a perdere olio come un bambino perde il sangue dal naso, così, senza apparente motivo (emorragia della coppa dell’olio?) e attacca a far rumore dal lato destro del motore, proprio lì. La riportano in officina e trovano il termostato rotto, un paraolio che si è evidentemente suicidato così come deve aver avuto un collasso il braccetto della sospensione anteriore sinistra (non era il motore a fare rumore). La si ripara spendendo altri 525 Euro. E sono 1363 Euro in dieci giorni. Dato che nessuno parla di incidenti, buche prese, manovre strane, sembra che il pandino si stia sbriciolando da solo. A parte che pare ci sia una maledizione, mi sa che l’unica fattura sia quella del meccanico. Non sarà il caso di ricomprare direttamente la macchina? Alla fine costerebbe meno.
                                      

Luca Craia