martedì 14 febbraio 2017

Beverati e la crisi: fa cabaret o fa sul serio?



Secondo me le dichiarazioni dell’assessore allo sviluppo economico Beverati sono una battuta. Sì, perché non può parlare sul serio quando afferma, nell’ennesimo comunicato-luce, che è necessario “l’adeguamento della rete infrastrutturale che allo stato attuale non garantisce le migliori condizioni possibili verso i mercati”. Non può dire sul serio uno che vuole adeguare la rete infrastrutturale e non è in grado nemmeno di asfaltare le strade della zona industriale. Non può dire sul serio uno che vuole “l’impegno della Regione Marche per il riconoscimento dello stato di crisi al Distretto” e non è in grado nemmeno di andare in Regione e prendersi un finanziamento per il centro storico come hanno fatto altri comuni marchigiani. Non può dire sul serio uno che sottolinea la “necessità che le nostre rappresentanze a Bruxelles insistano con forma e determinazione per l'ottenimento del Made in Italy” quando non riesce a relazionarsi nemmeno coi rappresentanti locali.  Io credo che le affermazioni di Beverati siano uno scherzo, una burla. Altrimenti denoterebbero un tale distacco dalla realtà da creare preoccupazioni davvero serie.
                                      
Luca Craia

Le fontane simbolo di mentalità distruttiva



È piuttosto umano che chi arrivi a governare sostituendo qualcun altro abbia l’istinto di non accettare le opere compiute da chi lo ha preceduto. Se vogliamo è un sentimento positivo, perché dovrebbe indurre a fare meglio, a produrre di più, a mettere in campo opere sempre più importanti. Non sempre è così, purtroppo, e a Montegranaro stiamo vivendo una stagione in cui la dietrologia è l’unico argomento valido nell’opera amministrativa.
A fronte di una manutenzione ordinaria pressochè inesistente, in cui le strade sono ridotte a un colabrodo, la pubblica illuminazione è da terzo mondo, la pulizia generale del paese è inqualificabile, vediamo una precisa volontà di abbandonare le opere compiute dai precedenti amministratori lasciando che il tempo compia la sua azione distruttiva. Che certe opere del passato siano sempre state poco gradite all’attuale maggioranza è cosa nota e, in diversi casi, anche giustificabile. Ma le opere già realizzate e oramai diventate patrimonio cittadino non possono essere abbandonate.
È il caso della torre ascensore, per esempio, la cui illuminazione è ridotta – è proprio il caso di dirlo – al lumicino e nessuno cambia le lampade. È il caso della palla rotante di viale Gramsci, scomparsa nel nulla. Ma il simbolo dell’abbandono e dello sfregio per il patrimonio pubblico del paese prima ancora che dell’avversario politico sono le fontane.
Tutte le fontane di Montegranaro sono abbandonate, in pieno degrado, semidistrutte dall’incuria. Basti guardare la più grande, quella dell’incrocio della circonvallazione, che tra l’altro è una delle primissime rotatorie moderne comparse in Italia e costata un patrimonio, o quella di piazza Giordano Bruno o il fontanone del Villaggio dello Sport. Tutte, anche le più piccole, sono spente da ormai oltre tre anni, prive di qualsivoglia manutenzione, e il tempo sta inesorabilmente compiendo la sua opera distruttiva.
Non sono un bel vedere, le nostre fontane, e danno un’idea molto precisa di quale cura si abbia per questo paese, quale amore, quale rispetto per quello che è il patrimonio di tutti, già ampiamente pagato dai cittadini. Lasciare alla distruzione questi beni, che possono piace o non piacere, è un comportamento che si qualifica da solo.
                                      
Luca Craia

Terremoto: no alle divisioni politiche. Il “nemico” è altrove



Non sono un terremotato. Fortunatamente per me vivo abbastanza lontano dalle zone più colpite dal sisma da averlo vissuto senza aver subito danni diretti. Amo la mia terra, soffro nel vederla ferita, sento molti dei luoghi massacrati dalla furia della natura come se fossero la mia seconda casa, ma ho un punto di vista comunque distaccato, di chi non è coinvolto direttamente. Forse questo può darmi un minimo di obiettività in più, sempre che l’obiettività possa esistere quando l’emozione è così forte e la rabbia sale. Forse questo può dare al mio punto di vista un’angolazione differente rispetto a chi ha mani e scarpe sporche del fango e della polvere delle rovine, a chi si sta spaccando quotidianamente la schiena per riportare – cercare di riportare – le cose alla normalità.
Per questo, frequentando numerosi luoghi virtuali di discussione tra persone coinvolte in maniera diretta, non posso non notare come si stia passando dall’unione di animi e intenti del primo momento, probabilmente spinta dall’emergenza e dall’emotività a essa legata, al ritorno delle divisioni che sono naturalmente insite in ogni comunità cittadina. È logico e naturale che in un paese, in una comunità, vi siano differenti punti di vista anche distanti, così come è logico che ognuno cerchi di difendere il proprio, reputandolo migliore. Ma occorre stare attenti, perché la normale dialettica politica, in questa fase, potrebbe rivelarsi insidiosa.
La discussione, il dibattito anche acceso, è sempre un fatto positivo quando è evidente la costruttività dell’intento. Ma sappiamo bene che la politica è tesa al bene della collettività solo in un mondo ideale, mentre nel nostro mondo, che tutto è meno che ideale, spesso ci sono interessi ben diversi da quello comune. Quello che noto, purtroppo, in certi scambi di opinioni nelle piazze virtuali del social network, è che stanno tornando gli interessi politici, stavolta intendendo la politica nell’accezione negativa del termine. Userei preferibilmente il termine partitico, se non altro per semplificare.
Attenzione, perché in questa fase non ci dovrebbe essere spazio per chi tira l’acqua al proprio mulino, non ci dovrebbe essere spazio per la ricerca di consenso o per ridurre il consenso altrui. Se nel dibattito politico, in una situazione di normalità, il gioco delle parti prevede anche atteggiamenti demolitivi verso l’avversario, ora bisogna alzare il tiro e puntare a obiettivi molto più alti. Soprattutto bisogna pensare al bene comune, a null’altro che a quello.
Perché il nemico non è più quello della parte avversa, ora il nemico è altrove. Si chiama pressappochismo, inadeguatezza, incompetenza. Si chiama disonestà. Tutto questo non è nelle città terremotate, è altrove, più lontano, più in alto. Nelle città terremotate c’è solo chi lavora, magari a volte sbagliando, magari prendendo scelte che non sono le migliori. Serve dialettica, serve dibattere, ma non serve il tranello politico o l’ostracismo di partito. Tutto questo va lasciato eventualmente per dopo, quando le cose torneranno normali. Ora bisogna farcele tornare, lavorando insieme.
                                      
Luca Craia