mercoledì 27 settembre 2017

È finita l’estate della speranza. Ora ricomincia un altro inverno uguale a quello prima. Uguale uguale no.

L’estate è finita. Sono finiti i concerti di Marcorè e il loro benefico effetto se ne è andato con loro lasciando prati vuoti e il resto com’era prima. Sono finite le feste organizzate per racimolare qualche spicciolo e un po’ di solidarietà. Forse sono finite le passerelle dei politici, almeno per un po’, visto che col fango, la neve e il ghiaccio diventa disagevole venire a farsi i selfie. Sono finite le gite domenicali di solidarietà perché comincia a fare troppo freddo e di ristoranti ce ne sono pochi.
È finita la spinta. L’incazzatura sta lasciando il posto alla rassegnazione. Quelli che non si rassegnano si contano da soli, e bastano poche mani. Poi ci sono quelli che hanno capito come funziona la cosa e si adeguano ai furbi, alle passionarie, ai fotografi, ai professionisti intrufolati: c’è da guadagnare qualcosa, poco o tanto che sia, prestigio o soldi che siano, lavoro o visibilità, magari una candidatura alle politiche. Ma i rassegnati sono la maggioranza: rassegnati alla casetta di legno che poi non è neanche legno, rassegnati ad aspettare la prossima assegnazione-lotteria, rassegnati a farsi sballottare di qua e di là, rassegnati a vivere altrove, tanto c’è il Cas, rassegnati a farsi sradicare.
Mi si obietterà che non è vero, che non si è affatto rassegnati, anzi, c’è ancora tanta voglia di combattere. Poi arrivano i politici e nessuno che gli tiri, non dico un sasso, ma almeno un pomodoro, un uovo, anche un vaffanculo gridato preciso andrebbe bene. I rivoluzionari stanno tutti su Facebook, nella vita reale c’è altro a cui pensare.
E arriva un altro inverno. La situazione è quasi la stessa di un anno fa, eccetto qualche eccezione che, per la legge dei grandi numeri, fa poco testo. Arriva il freddo, morirà qualche bestia, qualcuno si stancherà e se ne andrà a trovare un posto più caldo. E la differenza sta lì, nell’accettazione di fatto di quello che stanno imponendo dall’alto e anche dal medio-basso. E inverno dopo inverno le belle montagne del centro Italia diventeranno terra di nessuno. O di qualcuno in particolare.

Luca Craia

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