lunedì 24 agosto 2015

Ernestì



Montegranaro è sempre stata una piccola città ma non s’è mai fatta mancare nulla, nemmeno il servizio noleggio auto con conducente che, da noi, si chiamava semplicemente Ernestì, sia il servizio che il conducente. Oggi non ce ne sarebbe più bisogno, oggi abbiamo più macchine che patenti,  ma già vent’anni fa c’era un sacco di gente senza patente e senza macchina e, dovendo spostarsi, l’unico mezzo era la corriera della Sam o Ernestì, che costava di più ma ti portava davanti alla porta della tua destinazione.
Aveva un Maggiolino celeste metallizzato che sembrava appena uscito dalla fabbrica, tutto lucido, senza un graffio, con gli interni che profumavano di pelle e di buono. Lui era un ometto piccolo e sorridente, dai modi a dir poco gentili, con un’educazione di altri tempi. Era affabile ma mai invadente, sapeva intrattenerti ma sapeva anche stare in silenzio e rispettare la tua solitudine quando, spesso, fungeva da auto medica. E nel ricordo che sto trascrivendo Ernestì fu la mia auto medica.
Facevo il primo liceo scientifico e, un martedì di maggio, durante l’ora di ginnastica, si giocava a pallacanestro nel campetto basso dei Salesiani, quello sotto l’oratorio, a fianco del campo sportivo verde. Presi palla in difesa e, pur non avendo la vocazione dell’ala (giocavo più da pivot), partii in contropiede. Circa all’altezza della metà campo Enrico Cherchi venne ad intercettarmi, lo schivai, presi un suo piede, decollai, ruzzolai fin sotto il canestro. Mi alzai con un dolore bestiale al braccio destro.  Il buon Paolino De Luca, mio insegnante di educazione fisica, intuì che non si trattava di una semplice contusione e mi mandò di corsa in infermeria.
Ora bisognerebbe aprire una parentesi sulla figura dell’infermiere dei Salesiani di Macerata. Era un laico che era stato per anni in missione, un po’ in Africa, un
po’ in Asia. Piuttosto anziano si era ritirato a Macerata e ripagava il vitto e l’alloggio svolgendo funzione di paramedico pur non avendone qualifiche e competenze. Era un uomo molto alto e molto magro, anzi, era davvero secco. Aveva uno strano tic alla bocca per il quale sembrava stesse sempre succhiando qualcosa come una mentina mentre non aveva in bocca nulla se non la sua lingua. Le sue competenze mediche sono facili da riassumere con un episodio per il quale, per un mio mal di testa, mi spalmò la fronte con della Vegetallumina.  Nel caso del mio braccio lo guardò, sentenziò: “non è rotto” e mi aprì e chiuse il gomito ripetutamente facendomi urlare dal dolore (e io difficilmente urlo, anzi, mi lamento per il dolore).
Alla fine della quinta ora tornai a casa in corriera col braccio penzoloni che mi doleva da morire. Appena rincasato mamma, sempre un paio di misure oltre l’essere apprensiva, decise per il pronto soccorso che, all’epoca, a Montegranaro ancora c’era. Il problema era che babbo era fuori per lavoro per qualche giorno e mamma non ha mai avuto né patente né tantomeno la minima capacità alla guida di qualsiasi mezzo semovente. Quindi… pronto intervento Ernestì.
Arrivò davanti casa dopo dieci minuti con la sua Volkswagen, mi aprì lo sportello come fossi un principino e mi fece accomodare dietro. Al pronto soccorso c’era una dottoressa di cui non ricordo il nome, ma in portineria ci dissero che eravamo stati fortunati perché era una brava. Mi guardò il braccio destro e sentenziò: “non è rotto” e mi aprì e chiuse il gomito ripetutamente esattamente con il buon infermiere salesiano. Ero sul punto di tirarle un sinistro quando smise. Poi prese una garza e mi legò la mano contro il collo dicendo che, con un paio di giorni di trazione di quel tipo sarei andato a posto. A posto uno zufolo, faceva un male blu.
Uscimmo dal pronto soccorso e mamma era perplessa e un po’ disorientata. Era la classica situazione in cui avrebbe dato chissà cosa per avere il marito a fianco ma a quel tempo non c’erano nemmeno i cellulari. Ci pensò Ernestì. “O Fra’, io lo porterio a Fermo” disse pacatamente, come un padre amorevole.
E mi portò a Fermo, in ortopedia, dove mi ingessarono per la frattura composta del gomito. Trenta giorni di gesso e di ferri da maglia per grattarsi. Non salii più sul maggiolino azzurro di Ernestì da allora, ma me ne resta stampato indelebilmente in mente il ricordo, come il sospetto che il braccio in realtà me l’abbia rotto l’infermiere dei Salesiani.