mercoledì 6 dicembre 2017

E alla fine l’Hotel House lo paghiamo noi




È nel nostro DNA la smania di edificare, di costruire palazzoni mostruosi, edifici abnormi che massacrano il bene più prezioso del nostro Paese, il paesaggio, che sono irrazionali da un punto di vista commerciale, che diventano per loro stessa natura un problema che si va a riflettere sull’intera collettività. La crisi economica ha fermato quest’ansia di costruire orrori, ma fa parte del nostro essere italiani, così come fa parte del nostro essere italiani la soluzione ai problemi affidata all’esborso di denaro pubblico.
Palazzoni come l’Hotel House di Porto Recanati ce ne sono a bizzeffe, quasi in ogni comune, e quasi dappertutto rappresentano un problema sociale quando non di ordine pubblico. Diventano ghetti, si riempiono di personaggi a dir poco loschi, diventano base per traffici illeciti, spesso sono talmente pericolosi che le stesse forze dell’ordine fanno fatica a intervenire al loro interno, a testimonianza che, qualche problema con l’immigrazione straniera ed extracomunitaria ce l’abbiamo eccome.
La soluzione che è stata prospettata dalla Regione Marche, quella stessa Regione che non paga il CAS ai terremotati da mesi, tanto per fare un esempio, è di aggiungere ulteriori 100.000 Euro al computo complessivo di esborsi pubblici per poter sanare l’insanabile, ossia i problemi strutturali, di sicurezza e di semplice vivere quotidiano che esistono nell’ecomostro portorecanatese. I condomini non pagano la corrente, non pagano le utenze e ora, che c’è un’ordinanza di messa in sicurezza da parte del Comune per la violazione delle norme antincendio, arriva la Regione che tira fuori 100.000 Euro di soldi nostri, e ripeto, soldi nostri, e paga.
Paga per qualcosa che sarà probabilmente inefficiente a breve, visto che le manutenzioni poi non si faranno così come non si pagano le bollette, visto che i condomini non hanno interesse alcuno a tenere in ordine il loro condominio. Ma paghiamo noi, che importa. Sì, secondo la Regione i soldi, poi, dovranno essere restituiti. Immaginiamo facilmente con quale puntualità.
Però si parla di integrazione, si parla di ius soli, come se i fatti non contraddicano questa smania di far diventare cittadini italiani coloro che dimostrano di non volerlo diventare. Perché questa non è integrazione, questa non è volontà di diventare italiani, di diventare parte della nostra società. Ma allora perché continuiamo a buttare via denaro pubblico? Perché gli sforzi politici di chi governa sono diretti a far diventare cittadini coloro che non desiderano esserlo? Perché, invece, non si parla di come rivedere il sistema di accoglienza, di come razionalizzare e gestire il flusso non dei profughi, attenzione, ma dei migranti economici, che sono ben altra cosa? Chiediamolo ai candidati alle prossime elezioni, vediamo cosa ci rispondono.

Luca Craia

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