giovedì 14 dicembre 2017

Concetto di ricostruzione sbagliato. I lavori vanno affidati alle imprese locali. Sempre che si voglia far ripartire le zone colpite.



Non c’è da meravigliarsi se le SAE fanno acqua, se esplodono i boiler, se i tetti sono piatti in aree ad alto tasso di innevamento. Non c’è da meravigliarsi nemmeno se queste costosissime baracche arrivano in fortissimo ritardo. Non c’è da meravigliarsi se le macerie stanno ancora quasi tutte lì e la maggior parte degli immobili ancora non è stato nemmeno messo in sicurezza, facendo rischiare il crollo anche a case che non crollerebbero se non crollasse quella di fianco.
Inutile prendersela con chi fabbrica le casette o le monta. Il problema è che tutto il meccanismo è sbagliato. La ricostruzione e, prima ancora, l’emergenza dovrebbero essere gestite localmente, dagli amministratori locali. Il rischio di turbative o infiltrazioni rimarrebbe lo stesso ma si andrebbe decisamente più spediti. I lavori, poi, dovrebbero essere affidati a ditte e imprese locali, sia per la conoscenza del territorio e delle problematiche a esso legate sia per il non trascurabile effetto positivo sulla ripresa dell’economia.
Costruire casette dall’aspetto tropicale destinate a zone di montagna è stupido ma avviene sia perché ci sono delle motivazioni economiche forse inconfessabili sia perché chi ha gestito il tutto non ha evidentemente la minima cognizione di cosa stesse facendo. La gestione diretta dal territorio avrebbe sicuramente migliorato la qualità del servizio, evitato queste ignominie e fatto ripartire l’economia. Ma forse la volontà è proprio quella di non far ripartire niente e, in questo possibile disegno, allora tutto quadra.

Luca Craia