martedì 17 ottobre 2017

Io sto con la prof di linguistica.



Non so se avrei detto l’Ave Maria in aula insieme alla professoressa Ferranti ma certamente non avrei gridato allo scandalo. Quello accaduto a Macerata è grave, ma non nel gesto dell’insegnante universitaria che ha detto in aula una preghiera per la pace, cosa che non sembra proprio così nefasta e perniciosa. La gravità sta nella solita reazione violenta sui social e, si badi bene, solo sui social, perché faccia a faccia con la prof non ha protestato nessuno, a quanto è dato sapere. I rivoluzionari da tastiera si sono scatenati dopo.
La cosa più grave, però, è l’atteggiamento del Rettore che è corso a scusarsi pubblicamente prima ancora di avere un quadro dei fatti preciso e accurato, senza nemmeno sentire la professoressa incriminata di cotanto reato contro la laicità dello Stato. Una corsa al mettersi al riparo da critiche e impopolarità che la dice lunga sulla visione della propria missione che pare avere il responsabile dell’ateneo.
Sono tempi bui, in cui la libertà sta da una parte sola. C’è la libertà di indignarsi se un’insegnante dice una preghiera in aula ma non c’è la liberta di dirla, quella preghiera in aula. Ed è una preghiera, non una lezione su come massacrare lo straniero o buttare una bomba atomica. Una preghiera per la pace che ha causato una guerra. In una società in cui le pubbliche istituzioni cedono l’uso gratuito di strutture pubbliche per far pregare i musulmani, tanto per fare un esempio, un’insegnante non è libera di dire una preghiera in aula, senza obbligare nessuno. E senza che nessuno abbia protestato, di persona, come fanno gli esseri umani.

Luca Craia

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