sabato 9 settembre 2017

Il patrimonio del mastro calzolaio

Ero l’altro giorno con un amico a parlare dei problemi che tutti abbiamo in questo periodo. Lui è un operaio calzaturiero di quasi cinquant’anni, una grande esperienza e una grande professionalità uniti ad un giustamente considerevole stipendio. Mi diceva: “Quando andrò in pensione io, a Montegranaro non ci sarà più nessuno capace di fare il mio lavoro”. Questo è un dato reale su cui riflettere.
La produzione di calzature di qualità ha contraddistinto negli anni la nostra città e ne ha fatto la capitale mondiale della calzatura da uomo. Questo motivo di orgoglio non nasce per caso ma deriva da capacità, estro, professionalità e amore per il proprio lavoro. Eccolo l’ingrediente base sul quale si è fondata la fortuna di Montegranaro negli anni passati: la passione per quello che si fa. E quando parlo di passione non mi riferisco soltanto a quell’artigiano che, piano piano, è cresciuto fino a diventare un industriale. Penso anche e soprattutto al suo operaio, un lavoratore fortemente specializzato che si vantava della sua conoscenza del proprio mestiere.
Perché oggi questi lavoratori non esistono più? Perché sento i nostri imprenditori costantemente lamentarsi perché non riescono a trovare mano d’opera specializzata? Forse il motivo non è soltanto, come si pensa con una certa superficialità, la scarsa propensione al lavoro manuale dei giovani. O forse in parte lo è, ma occorre capirne il motivo.
Chi compie un lavoro manuale estremamente ricercato ed estremamente indispensabile come quello di un operaio calzaturiero specializzato deve essere fiero di quello che fa. Purtroppo negli anni questa fierezza è venuta meno, forse perché è passato il concetto che un operaio è un operaio e non c’è differenza tra chi manda una macchina automatica e chi invece possiede un tesoro nella propria manualità ed esperienza. I datori di lavoro, fortunatamente non tutti, hanno pian piano sminuito la professionalità della propria forza lavoro, minandone l’orgoglio e l’amor proprio, anche economicamente ma soprattutto nella considerazione della persona.
L’operaio, che una volta veniva ritenuto un patrimonio, ad un certo punto ha detto ai propri figli di studiare, di cercare di diventare “ragioniere”, di trovarsi un posto da impiegato. “Mica vorrai fare la vita che faccio io?” dicevano ai propri ragazzi. Il risultato è che i giovani non sono più disposti a lavorare manualmente non perché non amino il lavoro ma perché il lavoro manuale, culturalmente, è diventato un qualcosa di cui vergognarsi.
Un operaio specializzato e bravo vale quanto un dottore ma nella nostra mentalità non è così. E in un paese di dottori per forza la produzione è destinata a farsi altrove. E ci saranno tanti dottori a spasso. E un piccolo esame di coscienza dovrebbero farlo anche quegli stessi imprenditori che si lamentano di non trovare mano d’opera. Forse sarebbe bastato valorizzare quella che già si aveva.

Luca Craia

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