mercoledì 30 agosto 2017

E arrivò zio Edo ad Amandola a ricordarci quanto è bello pensare con la propria testa.



Molti conoscono e, magari, amano Bennato per le schitarrate in compagnia cantando a squarciagola Il gatto e la volpe, oppure perché ricordano i mitici mondiali di Italia ’90 al suono di Notti magiche o, infine, per le scanzonate note di Viva la mamma. Io amo Bennato perché potrei chiamarlo babbo, nel senso di padre putativo, nel senso che, con le sue canzoni, ho formato un bel po’ del carattere che ho e della forma mentis che mi ritrovo. 
Ho ascoltato il primo disco di Edo registrato su una musicassetta Basf nel 1977, trasferendoci l’originale del mio amico Serafino. Poi, negli anni, comprai anche i dischi più vecchi, Non farti cadere le braccia, Io che non sono l’imperatore, I buoni e i cattivi, La torre di Babele e, nell’80 Uffa Uffa e Sono solo canzonette. Li compravo con i soldi messi da parte perché, intorno ai dieci anni di età, quelle canzonette, come dice lui, erano diventate una specie di bibbia per me. E a quell’età le cose ti rimangono dentro, ti formano.
Ho visto Bennato in concerto diverse volte, l’ultima pochi giorni fa ad Amandola, e sono tornato quel ragazzino sognatore che voleva cambiare le cose, che si incazzava col censore, che ragionava sul panis et circenses dell’imperatore, che andava di buon grado in prigione e rispettava le fate, che voleva un mondo migliore, la sua isola che non c’è. Non ho mai smesso di lottare, di essere coerente a me stesso, di combattere con la massima convinzione per quello che credo e di continuare ad avere dubbi. L’altra sera, ad Amandola, ho capito perché.
È ancora potente, il Peter Pan partenopeo: fa un rock’n roll che spacca nonostante non sia più il giovane architetto incazzato nero per la faccenda della metropolitana di Napoli. Ha un gruppo stupefacente, musicisti virtuosi che sanno interpretare magnificamente quei pezzi di storia del primo Bennato. E lui è sempre un grande capitano sul palco, sa come comandare la sua ciurma osannante e la porta lontano come Spugna, che eseguiva gli ordini del suo comandante. Edoardo Bennato ci ha fatto viaggiare nel tempo, riportandoci indietro al ’73 nel gridargli rinnegato, mandandoci tutti in prigione, facendoci camminare sulla Cumana fino a Nisida.
Ma soprattutto ci ha dimostrato la forza delle idee. I testi delle canzonette di zio Edo sono di un’attualità disarmante. È meraviglioso e terrificante constatare che, a distanza di oltre quarant’anni, le sue idee siano ancora vive e forti, merito delle idee stesse ma anche del fatto che, in quarant’anni, non è cambiato niente. E fa bene, Edoardo Bennato, a riproporre con convinzione e con nuova forza musicale quei pezzi antichi e moderni, perché mai come ora c’è bisogno di teste libere, di pensieri liberi, di saper volare per guardare dall’alto i draghi del potere e non averne più paura, perché sono di cartone. Lunga vita a Bennato, lunga vita alle teste pensanti.

Luca Craia