sabato 8 ottobre 2016

La macchina sportiva



Comprarsi una macchina sportiva era sempre stato il suo sogno, non tanto per la velocità, le prestazioni, il brivido della potenza del motore e della tenuta di strada, quanto per quello che rappresentava: ricchezza, potere, donne. Soffriva la sua condizione di ragazzo di piccola borghesia proveniente dalla campagna, figlio di operai onesti e laboriosi, sì, che non gli avevano fatto mancare mai nulla ma che certamente erano bel lontani dall’essere ritenuti ricchi. E lui, che viveva in un paese di gente danarosa, con tanti industriali che ostentavano opulenza, si sentiva depresso dalla sua condizione che magari, per altri, poteva anche essere invidiabile ma per lui era completamente insoddisfacente e per questo origine delle sue frustrazioni.
Guardava i suoi coetanei, figli di industriali, girare con macchinoni potenti carichi di ragazze e li ammirava ma, nello stesso tempo, moriva di invidia. Un’invidia, tutto sommato, sana, non cattiva: lui voleva essere come loro, voleva essere uno di loro, e possedere una macchina sportiva era il simbolo di appartenenza a quel ceto così distante da lui. Li frequentava, i ricchi, ed era ben accetto anche perché era un tipo spigliato, piuttosto simpatico, sfacciato e divertente. Ma non era uno di loro e lui, questo, lo sentiva. Una macchina sportiva lo avrebbe fatto sentire ricco, anche una vecchia, come la Porsche di Vittorio, uno degli amici del circolo che era stato ricco ma non lo era più. Era una Porsche 924, la Porsche più piccole ed economica, ed era piuttosto mal messa. Ma a lui sarebbe bastata anche quella.
Giocava a carte. A soldi. Lo faceva da tempo e di solito gli andava bene e, comunque, non aveva mai perso più di tanto. Quella sera partì con la Renault 5 del suo amico Peppe e andò al circolo, in centro, dove si giocava e anche forte. Si sentiva particolarmente fortunato, una sensazione non nuova ma quella sera era più forte del solito. Così, una volta al circolo, cominciò a giocare forte. Al tavolo c’era, insieme a lui e Peppe, anche Vittorio e un altro.  All’inizio gli andò bene ma in un paio di mani storte si trovò ad aver perso tutto quello che aveva vinto fino a quel punto e parte del capitale iniziale. Non si perse d’animo e prese le carte. Aveva un tris di donne in mano. Un bel punteggio. Ci puntò tutto quello che era rimasto. Ma l’altro giocatore rilanciò e lui non aveva più contante. Ma quel tris era bello e sentiva la fortuna dalla sua. Peppe capì e gli fece credito, lasciando il gioco. Rilanciò. Prese due carte. Una delle due era la quarta donna. Anche Vittorio rilanciò, lasciando tutti di stucco: mise sul tavolo le chiavi della sua vecchia Porsche 924. Calarono le carte. Il quarto uomo aveva una scala all’asso. Vittorio aveva un full. Aveva vinto. Un milione e mezzo e la Porsche di Vittorio.
Offrì a Peppe di fare a metà ma Peppe non volle i soldi. Però disse che la Porsche la voleva guidare pure lui, qualche volta. Il patto fu siglato.
Con un milione e mezzo non c’era da fare tanto i gradassi: fece dare una riparata alla meglio alla macchina, soprattutto alla carrozzeria, tralasciando la meccanica e i soldi erano già finiti. Pazienza, aveva la Porsche, la macchina sportiva che aveva sempre desiderato.
La fece vedere a tutti. Girò tutto il paese, fece tappa in ogni bar, in ogni angolo dove ci fossero ragazzi da far crepare di invidia. La macchina non andava benissimo, ma lo sapeva solo lui (e Peppe). Batteva un po’ in testa agli alti regimi e la batteria era un po’ giù, molto giù. Ma era una Porsche e… sai quante ragazze adesso?
In realtà in paese se lo filarono in pochi. Tutti sapevano che la macchina l’aveva vinta alle carte, conoscevano quel macinino e non gli davano grande importanza. Così decise di andare fuori, in discoteca, a rimorchiare, convinto che, con una macchina sportiva le ragazze avrebbero fatto la fila per stare con lui. Si portò anche Peppe. Prima di andare a ballare, però, si fermarono in una pizzeria a mangiare qualcosa. Peppe disse: “non la spegniamo (la macchina), che se la batteria ci fa qualche scherzo rimaniamo a piedi. Poi sai le prese per il culo. Tanto ci mettiamo dieci minuti”. Così lasciarono la macchina accesa davanti al locale. Si sedettero vicino alla vetrina così la potevano controllare. A quei tempi, da quelle parti, la macchina non te la fregavano di sicura ma non si sa mai. Ordinarono un piatto di antipasto all’italiana e mangiarono veloci guardando la macchina quando si accorsero che usciva del fumo nero dal motore. “Cazzo! Fuma! Sta fondendo il motore!”.
Uscirono di corsa ma la macchina s’era già spenta da sola, avvolta in una nuvola di vapore. Scoprirono in seguito che s’era rotto il termostato e non era partita la ventola del raffreddamento. Riparare quel motore non valeva la pena. Comprarne uno nuovo era molto caro e la macchina non valeva la spesa. Buttò via la sua Porsche una settimana dopo averla vinta. E con quella, buttò via il suo sogno di ricchezza.

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